Intervista ad Ariam Tekle che vi da “Appuntamento ai Marinai”

Intervista ad Ariam Tekle che vi da “Appuntamento ai Marinai”


Ariam Tekle è una giovane antropologa e sociologa milanese di origine eritree che ho scoperto per caso. Un link condiviso da un’amica mi rimbalza su una campagna crowfunding su indiegogo, in cui appare in video una ragazza dal volto solare che racconta di questo Appuntamento ai Marinai, un documentario sulle seconde generazioni di eritrei nati o arrivati a Milano tra gli anni ’70 e ’80. Ed è proprio grazie a questo video che incontro Ariam.

Quello che mi racconta mi entusiasma e incuriosisce molto. Ho appena girato una serie documentario per il web a New York, The Expats, e una delle protagoniste, Semhar, è lucchese di origini eritree.

Dicevo, mi incuriosisce talmente tanto che vado a farmi un ripasso di storia dell’Eritrea su Wikipedia. Ripasso che mi porta al Corno d’Africa e alla colonizzazione italiana di quelle terre. Ripasso superficiale, è vero, ma sicuramente doveroso, visto che i libri di storia sui quali ho studiato parlavano di una colonizzazione italiana in maniera un po’ leggera. Così leggera che molti, compresa io fino a qualche anno fa, se la immagino meno crudele, rispetto a quella francese, o inglese, o tedesca, o spagnola, o olandese, o portoghese.

Senza entrare troppo nel dettaglio per evitare di scivolare sulla buccia di banana che è proprio lì davanti a me, e attirarmi le ire di studiosi, accademici, nostalgici o negazionisti pronti a bocciarmi alla Apprentice Briatore con un ‘Sei fuori!’ preferisco riportare dei piccoli stralci di storia – otto righette, tranquilli – che hanno a che fare con l’Italia, l’Etiopia e l’indipendenza dell’Eritrea.

Dopo aver subito l’occupazione e la colonizzazione italiana, in un periodo che va dal 1879 al 1947, anno quest’ultimo in cui l’Italia fu costretta a rinunciare alle sue colonie africane, nel 1952 le Nazioni Unite decisero di federare l’Eritrea all’Impero di Etiopia, garantendole però che avrebbe mantenuto una propria autonomia. Cosa che non successe e nel 1962 il paese fu definitivamente annesso all’Etiopia.

Dal 1960 al 1991, il Fronte di Liberazione Eritreo – diventano nel 1973 Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo – lottò per la propria indipendenza. E nel 1993 finalmente arriva il momento. In quest’anno infatti viene indetto un referendum a suffragio universale che chiedeva alle popolazioni residenti in Eritrea, e a quelle rifugiate in altre nazioni africane dopo la diaspora, se il paese dovesse diventare indipendente. Il 97% optò per il sì e il 24 maggio 1993 l’Eritrea venne dichiarata indipendente.

La presenza dell’Eritrea e degli eritrei in Italia è lunga quasi mezzo secolo. – “È una delle comunità straniere più antiche d’Italia. A Milano è la seconda, in termini di presenza sul territorio. Subito dopo quella cinese,” mi rivela Mariam.

GRIOT: Come ti è venuta in mente l’idea di questo documentario?

Ariam: Alcuni anni fa stavo scrivendo una tesi triennale che prevedeva delle interviste ad alcuni ragazzi di origine eritrea di una generazione più piccola rispetto alla mia [Ariam è del ‘88] e agli intervistati chiedevo, tra le varie domande, di descrivermi il loro percorso di identità italiana e identità eritrea. Le reazioni erano diverse di persona in persona. Alcuni facevano fatica a rispondere, altri un po’ meno.

Mentre facevo questa ricerca, mi resi conto che noi non eravamo le prime seconde generazioni, ma che prima di noi c’era stato qualcun altro che aveva avuto le nostre stesse difficoltà.

Ho una sorella che è nata nel 1980 e quindi ho fatto subito il collegamento, ‘Chissà come deve essere stato per lei…?’ perché era l’unica dell’istituto ad essere figlia di stranieri.

Dopo la tesi ho iniziato a contattare gli amici di mia sorella e parlando con loro ho capito che questo progetto aveva un potenziale, visto che parliamo di una generazione che è rimasta nell’ombra. Una generazione invisibile.

All’inizio non è stato facile coinvolgere le persone in un progetto video, sai, un po’ di timidezza, ma alla fine mi hanno raccontato le loro storie, a camera spenta, che si sono rivelate importantissime per la definizione di questa mia idea.

La risposta e l’entusiasmo che ho incontrato mi hanno fatto capire che era necessario continuare a insistere e così ho fatto e sto facendo.

Io non sono di Milano e sono curiosa di saperne di più su questo Largo Marinai.

A settembre abbiamo fatto un incontro lì. È stato molto bello perché si sono presentati in tanti. Non da soli, ma con i loro figli. Quindi c’erano le seconde generazioni con le terze generazioni di bambini che giocavano insieme nel punto di ritrovo dei loro genitori di quando erano adolescenti.

Largo Marinai quindi era il loro luogo di incontro.

Sì. Ma non solo quello. Sono tre le zone cardine, le aree di aggregazione degli eritrei. Tutte molto vicine: Porta Venezia, Via Kramer e Largo Marinai.

Porta Venezia è stata rinominata la piccola Asmara perché ci sono un sacco di ristoranti eritrei e ha avuto un ruolo rilevante nella comunità di prima generazione [di eritrei emigrati in Italia.]

Poi c’è via Kramer, che ospitava un importante oratorio sia per le seconde generazioni che non. Era gestito da un personaggio fantastico, Suor Cesarina, amata da tutti. Ha aiutato molto la comunità, soprattutto gli adolescenti. Era un punto di ritrovo dei ragazzi dopo la scuola. Si facevano un sacco di attività, soprattutto sportive. C’era anche la squadra Milan Africa. E poi è il posto dove è cominciata a girare la musica hip-hop. Molti degli artisti italiani che conosciamo in realtà sono passati da Kramer [l’oratorio.]

Tipo?

Esa, Tormento, Irene La Medica, The Next One.

A un certo punto però questo oratorio viene chiuso e i ragazzi cominciano a frequentare il parco che sta a Largo Marinai. La particolarità di questo parco è che uno dei pochi parchi a Milano che non ha recinzioni e limitazioni di orario quindi trovavi dai più piccoli, che si incontravano il pomeriggio, ai più grandi, che facevano il pre-serata lì, oppure si fermavano a giocare al campo da Basket.

Ci sono storie che ti hanno colpito e che puoi spoilerare un po’?

Sono tante. E la cosa che mi ha colpito molto di queste generazioni è che mentre raccontavano le loro storie mi sono resa conto che nessuno glie lo aveva mai chiesto [di condividerle.]

Per esempio c’è Aster, una ragazza che ora vive a New York. Mentre parlavamo di identità, mi racconta che non si è mai sentita italiana in Italia, ma sempre straniera. Sono circa dodici, tredici anni che vive a New York. Mi continua a raccontare della sua vita e ad un certo punto mi confessa una cosa usando delle parole che mi sono rimaste dentro. – “Non mi sono mai permessa in Italia di dire ‘Sono Italiana’ perché comunque nessuno mi avrebbe considerato tale. È in questa città che ho detto per la prima volta nella mia vita di essere italiana” E poi aggiunge: – “E ora, qui a New York, insegno italiano.”

Appuntamento ai Marinai è un progetto che ha bisogno del vostro aiuto per poter essere realizzato. Il budget non è esagerato: 5000 €. Potete finanziarlo con la somma che vi sembra più idonea. Se non potete, fatelo girare il più possibile. Il passaparola è sempre il miglior modo per raggiungere l’obiettivo.

 Per contribuire e avere maggiori dettagli – anche dei regali in palio – andate sulla sua pagina raccolta fondi Indiegogo. Ci sono solo tre settimane di tempo.

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Johanne Affricot

Johanne Affricot

Arti, musica, cultura, viaggi: vivrei solo di questo. "Culture activator" per passione e missione. La curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto, potrei anche mordere.