‘INNER’ | Siamo entrati nel mondo interiore di BLCKEBY

‘INNER’ | Siamo entrati nel mondo interiore di BLCKEBY


Fra i dischi italiani più intriganti usciti durante la quarantena da Covid-19 c’è sicuramente INNER, l’esordio di BLCKEBY, al secolo Marco Diamubeni.

In tanti hanno preferito non sfidare l’argomento di conversazione principale di questo periodo surreale e drammatico. Il producer di Frascati ha scelto di non rinviare la pubblicazione del suo debutto, arrivato dopo alcuni anni passati dietro alle consolle di diverse serate della notte capitolina (Minù e Touch The Wood, fra le altre).

Per fortuna, aggiungiamo noi, perché INNER è un album che ha saputo farci compagnia durante questo lockdown, facendoci sognare il sudore delle notti pre-quarantena passate a ballare e al contempo accompagnando attimi di riflessione con i suoi bassi profondi fra glitch e tropical. D’altronde, come si evince dal titolo, INNER è il frutto di un viaggio interiore alla scoperta di musica ed emozioni: un crocevia fra un LP più canonico e un mixtape che permette di saggiare le capacità di BLCKEBY e di pregustare tutte le possibili direzioni che la sua musica potrà prendere.

Abbiamo intervistato Marco e ci siamo fatti raccontare un po’ del suo mondo, seguendo un fil rouge dettato dai titoli delle dieci tracce di INNER.

GRIOT: 01. That Night In Middle June. Qual è stata la notte in cui hai capito di essere innamorato della musica?

BLCKEBY: Beh, devo dire che i ricordi più belli in cui ho sentito quel primo fuoco vivo sono legati all’adolescenza: un’estate partecipai a un camp estivo in Austria e ricordo che il centro città di Milstatt era poco distante dagli alloggi dove noi ragazzi risiedevamo. Alcune sere, con l’intenzione di farmi una camminata, non facevo altro che farmi il tragitto di andata e ritorno cantando a squarciagola e ballando quelle che erano le mie canzoni preferite dell’epoca, non necessariamente dopo aver controllato d’essere per strada in solitaria. Cieli stellati e spensieratezza: decisamente prime grandi emozioni forti.
griot mag - blckeby -marco diamubeni intervista debutto album inner
02. My Fault. Che rapporto hai con i sensi di colpa?

Una delle cose che mio padre ha sempre amato ripetermi sin da bambino è, ‘Fa che ricordino sempre il tuo buon profumo.’ Tengo molto a non deludere le persone, e per quanto possa dipendere da me, cerco sempre di agire e comportarmi al meglio, per evitare che ciò accada, soprattutto se si tratta di miei cari. Detto ciò, credo che non sia una dinamica in cui si possa sempre avere pieno controllo. Forse per affrontare al meglio il senso di colpa bisogna essere sensibili, autocritici e disponibili.

03. Do You? Ti saresti mai immaginato di far uscire il tuo disco d’esordio in un periodo così?

No davvero. Ma in tutta onestà sono veramente sopraffatto positivamente da tutto quello che è accaduto dal momento in cui, con il coraggioso label manager di Doubledoubleu, Antonio Castellano, abbiamo deciso di rilasciare il disco in piena pandemia.

04. Let’s Dance. Cos’è per te la musica elettronica?

Dovessi descriverlo con delle parole ti direi: emozione, linguaggio, libertà e dedizione. Ma per centrare meglio il fulcro di quello che è per me, userei un’espressione sensoriale e direi: un brivido.

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05. I’ve Always Been Running. In che direzione pensi che stia andando la tua musica?

Non penso di riuscire a inquadrare la mia musica nella categoria di qualche genere specifico. Perciò non vedo una direzione specifica verso la quale penso di muovermi: adoro sperimentare, spaziare, all’inseguimento di quelle che sono le mie ispirazioni e i miei gusti. Di certo in futuro mi piacerebbe cominciare a confrontarmi e collaborare con cantanti che possano dare quell’apporto vocale ai miei beat non convenzionali, o viceversa.

06. Origin’s Riddim. Raccontaci le tue origini e il sentimento di appartenenza alle tue radici, personali o musicali che siano.

Sono nato a Roma e ho sempre vissuto a Frascati, dunque la mia relazione con quelle che sono le mie radici è sempre stata mediata dai miei genitori, che sono originari della Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Loro mi hanno sicuramente trasmesso l’apprezzamento per la vivacità del ritmo, per la giovialità nel ballare e la genuinità del canto libero e spontaneo. Culturalmente parlando, per quanto crescendo i miei mi abbiano raccontato, devo ammettere che ho moltissime lacune su usi, tradizioni e dialetti del Congo, che ahimè non ho ancora avuto modo di vedere e vivere. Nel corso degli anni però ho sviluppato una notevole curiosità e il desiderio di andarci, quindi credo che sarà una cosa che farò non appena possibile, anche per legare con la maggioranza dei parenti con cui non ho avuto la possibilità di crescere.
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07. Eyes Closed. Se chiudi gli occhi, dove ti vedi?

Per le vie di Barcellona, che è una delle città che amo profondamente.

08. Could Have Been U. Se non facessi il producer, cosa faresti?

Ho un’ampia rosa di passioni che cerco sempre di coltivare lateralmente. Tra di esse c’è quella per la scrittura: penso che avrei approfondito di più anche a livello scolastico diciamo. Quindi direi che avrei (provato a fare) fatto lo scrittore.

09. Deathtongue (are we ever gonna talk again?). Quale pensi sia il messaggio nascosto nella tua musica?

Una volta, durante i corsi nell’accademia in cui mi sono formato come producer, un professore ci disse, ‘Ragazzi, non crediate che stando ore e ore davanti al computer tirerete fuori il capolavoro. Alcune volte dovrete solamente spegnere tutto e andare a vivere. La vita sarà la vostra più grande ispirazione.’ Mi ha colpito molto e credo che abbia contribuito fondamentalmente alla definizione del mio modus operandi. Dunque voglio dire che se c’è un messaggio nascosto nella mia musica si tratta di un qualcosa che riguarda la mia quotidianità, la vita di tutti i giorni: un’avventura mirabolante, ve lo garantisco!

10. Desire. Qual è la tua massima aspirazione come artista?

Beh, sicuramente in primis poter vivere esclusivamente della mia arte. E poi ecco, se dovessi citare qualcosa di più concreto, il mio sogno è di esibirmi con una live performance al Glastonbury Festival, che per storia e fascino è la manifestazione a cui mi piacerebbe partecipare di più in assoluto.

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Livio Ghilardi

Livio Ghilardi

Cresciuto nel sud-est barese, vivo a Roma per colpa di Verdone e Venditti. Giurista per caso, social media manager per acclamazione, scrivo di musica, cultura pop e "cose romane" per Zero, VICE, DLSO e altrove. Mi trovi in giro.