In mostra le pratiche artistiche e decolonizzatrici di Grada Kilomba

In mostra le pratiche artistiche e decolonizzatrici di Grada Kilomba


Chi può parlare? Di cosa possiamo parlare? Cosa succede quando parliamo? Sono alcune delle domande ricorrenti che caratterizzano il lavoro di Grada Kilomba in cui la memoria, il trauma, la razza e il genere si intersecano in nuovi linguaggi e danno vita a pratiche decoloniali.

La lingua è un luogo di lotta e Grada Kilomba sembra riportarci alle parole di Bell Hooks, dove spazio e lingua diventano un campo di battaglia, le parole hanno significato, sono azione, resistenza e in cui gli oppressi riprendono possesso di sé, si riconoscono, si riuniscono, ricominciano.

Attraverso forme di sovversione delle pratiche artistiche dominanti, posizionandosi come artista femminista e decoloniale, è lei “il soggetto e non l’oggetto”.

Scrittrice e artista interdisciplinare portoghese, da anni vive a Berlino. Laureata in psicologia clinica e psicoanalisi presso l’Istituto ISPA di Lisbona, fortemente influenzata dagli studi di Frantz Fanon e con un dottorato in Filosofia, Grada Kilomba nel 2011 è stata nominata dal BWIE – Black Woman in Europe e Woman of Excellence dal Sonne Magazine (2013) – come una delle donne più ispiratrici.

La Kilomba ha esposto in Sudafrica, Nord Europa, Brasile e con Live Uncertaintly alla 32esima Biennale di San Paolo.

Illusions (2016) di Grada Kilomba Foto di Grada Kilomba - via facebook/gradakilomba

Illusions (2016) di Grada Kilomba
Foto di Grada Kilomba – via facebook/gradakilomba

Dal 26 ottobre al 4 Marzo sarà per la prima volta a Lisbona, con due mostre personali: ‘La lingua più bella/The Most Beautiful Language’, alla Galeria Municipal da Índia, e ‘Segreti da Raccontare/Secrets to Tell‘ al MAAT- Museo di Arte, Architettura e Tecnologia. Si tratta della riappropriazione di uno spazio possibile, dato che il Portogallo non ha mai prestato particolare attenzione alla Kilomba.

Le possibili cause vanno ricondotte al fatto che il suo lavoro mette al centro la storia violenta del colonialismo portoghese. “Siamo ancora in negazione,” riassume l’artista in un’intervista al giornale publico.pt, sottolineando come il sistema educativo continui a proporre il mito del buon colonizzatore, insistendo nella visione di un paese non razzista che parla ancora di scoperte e che ha difficoltà nel fare i conti con la sua storia coloniale.

Nel 2013, insieme alla regista portoghese Filipa César e a Diana McCarty, realizza Conakry, cortometraggio dedicato alla figura del rivoluzionario Amílcar Cabral, in cui lettura e immagini d’archivio mostrano il ruolo del cinema militante in Guinea-Bissau nel processo di decolonizzazione: anche senza suono queste immagini raccontano una storia. Molte storie.

griot mag Le pratiche artistiche e decolonizzatrici di Grada Kilomba al Maat-Grada-Kilomba©Conakry11

Conakry (2013) di Grada Kilomba via

Sentendosi spesso dire che la sua lingua madre è la lingua più bella, l’artista portoghese in The Most Beautiful Language, curata da Gavi Ngcobo, si interroga su quali sono i corpi che possono rappresentare questa lingua e quali sono le lingue che questi corpi parlano.

Un titolo dalle sfumature ironiche che mette al centro le esclusioni e le oppressioni coloniali e patriarcali all’interno della lingua stessa e la difficoltà nel nominare le cose: perché non usare il termine espansione marittima violenta al posto di scoperte?

Ed è così che la Kilomba mette al centro la parola e a partire dalle contraddizioni delle narrative dominanti e dei desideri coloniali, inventa in questo spazio espositivo  e nuovi linguaggi. Lo fa attraverso un uso non convenzionale delle arti plastiche, un lavoro che introduce sempre più elementi performativi (video, suoni, letture dal vivo) e sperimentazioni dando corpo, voce e immagine ai suoi  testi.

griot mag Le pratiche artistiche e decolonizzatrici di Grada Kilomba al Maat-Photo- Zé de Paiva

The Most Beautiful Language (2017) – Foto di Zé de Paiva

Suddiviso in The Simple Act of Listening (2017), Printed Room (2017), The Dictionary (2017) e The Chorus (2017) ogni pezzo dell’esposizione avrà una struttura diversa.  Sappiamo che Printed Room vedrà al centro una scatola nera rivestita da pagine del suo libro Plantation Memories: Episodes of Everyday Racismo (2008), una raccolta di episodi di razzismo quotidiano, brevi storie psicoanalitiche, pagine inviate da lettori di diversi paesi, dalla Bolivia alla Svezia. È il caso di ricordare che il libro è stato scritto e pubblicato in inglese, dato che il Portogallo non ha mai mostrato particolare interesse nel tradurlo.

Secrets to Tell è un’esposizione curata da Inês Grosso e pensata a partire dalla video-istallazione The Desire Project, presentata alla 32esima Biennale di San Paolo, accompagnata dal video di una lettura live di Plantation Memories e di Kosmos², Labor #10, ospitato nel Maxim Gorky di Berlino.

Kosmos² è uno spazio  di discussione in cui gli artisti che sono stati costretti a lasciare la propria casa, oltrepassando le frontiere e diventati rifugiati, mostrano il loro lavoro.  È interessante sottolineare come l’obiettivo di questi incontri sia quello di creare nuove configurazioni di potere e conoscenza. Non a caso anche il nome riprende le famose “lezioni di Kosmos” di Alexander von Humboldt tenute nel XIX secolo, in seguito ai viaggi coloniali per descrivere e classificare il mondo proprio nella Singakademie zu Berlin, l’odierno teatro Maxim Gorki.

The Desire Project (2015-2016) è un’istallazione con tre canali video simultanei divisi in tre atti: While I Write, While I speak, and While I walk.

Anche qui la parola trova spazio. Una parola che, storicamente silenziata dalle narrazioni coloniali, si fa corpo e non lascia più spazio alle paure, diventando soggetto. La parola che mostra in modo eloquente tutta l’arte di Grada Kilomba.

griot mag Le pratiche artistiche e decolonizzatrici di Grada Kilomba al Maat-When I write

While I write (2015-2016), di Grada Kilomba

A volte, ho paura di scrivere. La scrittura si trasforma in paura, perché non posso sfuggire a tante costruzioni coloniali. In questo mondo, sono vista come un corpo, che non può produrre conoscenza. Come un corpo messo fuori. So che mentre scrivo, ogni parola che slego sarà esaminata, e forse anche inficiata. Quindi, perché scrivo? Devo. Sono incastrata in una storia di silenzi imposti, voci torturate, lingue distrutte, idiomi forzati, e discorsi interrotti. E sono circondata da spazi bianchi, difficilmente posso entrare o rimanere. Quindi, perché scrivo? Scrivo, quasi come un obbligo, per ritrovarmi. Mentre scrivo, non sono “l’Altra”, ma l’Io, non l’oggetto ma il soggetto. Divento l’autore e l’autorità, sulla mia storia. Divento l’assoluta opposizione di ciò che il progetto coloniale ha prestabilito. Divento io (da While I write, di Grada Kilomba.)

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Immagine di copertina | via facebook/GradaKilomba

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Francesca De Rosa

Francesca De Rosa

Con la testa tra le nuvole, vivo tra Napoli e Lisbona. Appassionata di musica, i miei interessi sono rivolti agli studi culturali africani, alle arti visive, al cinema e alle letterature, con uno sguardo di parte alle produzioni femminili.

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