George Floyd e il paese Italia | L’erba del vicino è sempre meno nera

George Floyd e il paese Italia | L’erba del vicino è sempre meno nera


Lunedì 25 maggio George Floyd, afroamericano di 46 anni, è morto a Minneapolis dopo esser stato trattenuto dalla polizia. Il video, ampiamente circolato in rete mostra un poliziotto, Derek Chauvin, che con il suo ginocchio schiaccia il per 8’46” il collo di Floyd, mentre questi, a terra e con le mani ammanettate dietro alla schiena, continua a ripetere ‘I can’t breathe’ [Non riesco a respirare’.] Poco dopo verrà dichiarato morto in ospedale.

Il caso ha avuto un’eco mediatica globale, ma la perpetuazione dell’abuso di potere nei confronti delle minoranze, e i movimenti che lo denunciano, esistono da tempo, come il Black Live Matters, nato dopo l’assoluzione di George Zimmerman, il vigilante di quartiere che nel 2012 sparò e uccise il diciassettenne Trayvon Martin.

La morte disumana di Floyd è traumatizzante, ma rappresenta parte della realtà con cui la comunità afroamericanae non soloda sempre ha imparato a fare i conti. L’esistenza di questi video è stata cruciale nel fornire un’altra visione e versione dei fatti, oltre a quella ufficiale che in molti altri casi si è rivelata mendace. “Se non fosse per l’onnipresenza delle prove video, queste morti verrebbero nascoste sotto il tappeto. Le storie sarebbero diverse. La colpa ricadrebbe sulle vittime. E la giustizia passerebbe in secondo piano,” ha dichiarato Ben Crump, l’avvocato che ha preso la difesa della famiglia di Floyd.

Ma è normale che la percezione di un problema reale assuma concretezza quando la violenza diventa virale? E che il solo e unico modo di validare le denunce dei neri sia legato alla presenza di video in cui i nostri corpi vengono umiliati, battuti, uccisi? No. Lo stesso Will Smith, in una intervista del 2016, in questi giorni tornata alla ribalta, dichiarò: “Racism Is Not Getting Worse, It’s Getting Filmed” [Il razzismo non sta peggiorando, viene solo filmato].

Se è impossibile rimanere indifferenti alla morte a cui è andato incontro Floyd, dovremmo però cominciare a riflettere sul perché le violenze che sono avvenute e avvengono nel nostro paese nei confronti di soggetti altri, negli anni abbiano turbato molto meno l’opinione pubblica.

Nel 2019, secondo l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD, composto da rappresentanti della polizia e dei carabinieri), si sono registrati 969 crimini d’odio, di cui 726 legati a razza, etnia, nazionalità o religione. Si tratta di violenze fisiche alla persona o danni alla proprietà (come roghi e bombe carta nei centri d’accoglienza). I numeri evidenziano anche un aumento delle aggressioni fisiche a sfondo razziale, conteggiate in 93 episodi totali. Nel monitoraggio di questi reati vanno però considerate due problematiche: la mancanza di denuncedefinito come under reportingche indica una sottostima dell’evento; il mancato riconoscimento della matrice discriminatoria da parte delle forze dell’ordine, o di altri attori del sistema giudiziario, definito come under recording.

A livello istituzionale l’Italia, con la sua continua retorica razzista contro gli immigrati, e registrando altrettanti episodi di violenzala sparatoria di Macerata compiuta da Luca Traini contro sei persone nere (2018); l’uccisione a colpi di arma da fuoco per mano di Roberto Pirrone del senegalese Idi Dyene, sul ponte Vespucci, a Firenze (2018)singolare fu la richiesta della sua avvocatessa di non scrivere sulla targa “ucciso da mano razzista”; varie sparatorie con armi ad aria compressa indirizzate contro neri o persone non bianche (2018)ha evidenziato la palese incapacità, o non volontà del sistema di condannare fermamente questi gesti per quelli che sono: atti discriminatori basati sulla razza. Traini, per esempio, fu descritto tiepidamente come uno squilibrato mentale che avrebbe potuto colpire chiunque, facendo di fatto evaporare la questione razziale, e Matteo Salvini, pur condannandolo, ne alleggerì la responsabilità, sostenendo che un’immigrazione incontrollata porta inevitabilmente allo scontro sociale.

Ecco qui che anche in Italia assistiamo al depotenziamento e offuscamento della realtà: il corpo nero che cammina, che esiste, che vive, che respira, viene colpito a morte, e da vittima diventa responsabile della violenza subìta. Ma il “salto di qualità” è avvenuto quando l’istituzionalizzata tolleranza alla discriminazione e violenza razziale ha iniziato a emergere e circolare senza filtri a livello popolare: insulti, atti intimidatori e discriminatori, aggressioni verso gli immigrati e le minoranze nonostante siano sempre esistiti, sia sottotraccia che in superficie, hanno assunto un volto più definito, impavido, fiero. Dal razzismo istituzionale al razzismo popolare, e viceversa.

In questo processo i media hanno avuto un ruolo cruciale, favorendo la proliferazione di discorsi pubblici anti-immigrati, anti-italiani con altre origini. Comizi di quartiere in rivolta per l’apertura di un nuovo centro Sprar venivano sottotitolati a mo’ di slogan: ‘Gli Italiani sono stanchi!’ oppure,Fuori gli immigrati dai nostri quartieri!o politici che associavano l’immigrazione alla riforma della cittadinanza, lanciando lo spauracchio della sostituzione etnicamischiando il dovere di cronaca con l’essere (quasi) portavoce di un diffuso disagio che apparentemente attraversava tutta la società civile.

Oggi ci troviamo nella condizione per cui mentre negli Stati Uniti esplodono proteste legate ai soprusi della polizia, da noi la quasi totale indifferenza verso fenomeni come la mancata riforma della cittadinanza, legata allo Ius Culturae, per la quale siamo più volte scesi in piazza, o lo sciopero dei braccianti organizzato da Aboubakar Soumahoro—che non interessa solo gli africani neri sfruttati nei campi—dovrebbe farci riflettere sul livello che abbiamo raggiunto nella passiva accettazione di reiterate forme di discrimanazione e sfruttamento.

Che differenza c’è tra un ragazzo di 25 anni, Amhaud Arbery, che viene ucciso a colpi di pistola da dei civili mentre fa jogging nel suo quartiere, in Georgia, o un agente che si arroga il diritto di premere il ginocchio sul collo di un uomo fino a provocarne il soffocamento, con la morte di Abdul Salam Guibre, Abba, ragazzo italiano di origini burkinabé che nel 2008 fu ammazzato a sprangate da Fausto e Daniele Cristofoli, rispettivamente padre e figlio, per aver sottratto, senza pagare, un pacco di biscotti nel loro negozio? O con quella del buttafuori senegalese Assane Diallo, ucciso a Milano nel 2018 con dodici colpi di pistola da Fabrizio Buttà?; o, ancora, con l’uccisione del nigeriano Emmanuel Chimdi Namdi, a Fermo (2016), picchiato da un razzista, Amedeo Mancini, declassato in maniera quasi bonaria a “ultrà”? Tutte queste vicende sono espressione della stessa teoria e pratica che tollera la subordinazione di un essere umano sulla base di un concetto di superiorità che non può essere più accettato.

Alla base delle proteste che stanno avvenendo per la morte di George Floyd non vi è solo la rabbia per la morte dell’ennesima persona nera uccisa dalla polizia, ma anche la profonda stanchezza per la continua discriminazione e oppressione che gli afroamericani sono costretti a subire da sempre.

Gli italiani neri, così come altri italiani e altre persone con diverse origini che vivono in Italia, sono ben consapevoli di queste dinamiche, e l’impatto mediatico della morte di Floyd ha amplificato ancora di più il silenzio assordante sulle nostre lotte e questioni interne. In Italia ci si continua a comportare come struzzi che tirano fuori la testa solo quando si tratta di guardare e condannare il fuori. Ma si sa, l’erba del vicino è sempre meno nera.

– di Johanne Affricot e Cristina Idone Befecadu

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