Spot razzista? | Fini e mezzi nel video dei Jackal per Action Aid

Spot razzista? | Fini e mezzi nel video dei Jackal per Action Aid


Recentemente è stato pubblicato su facebook il nuovo video firmato The Jackal per la campagna di adozione a distanza di ActionAid. Il collettivo di videomaker aveva già realizzato altri spot per l’ong, ad esempio lo scorso Natale, quando il motivo per adottare un bambino africano era “accollarsi” l’amore invadente delle madri, troppo grande e dimostrato troppo spesso attraverso meme, foto e messaggi su WhatsApp.

Già in quella campagna era evidente la peculiarità della scelta dei Jackal, ossia offrire in maniera ironica un pessimo motivo per compiere un’azione positiva e nobile (e anche qui tralasceremo considerazioni approfondite sul tema della beneficienza e dell’adozione in sé). Dopotutto le campagne fondate sull’estrema pena e la crudezza del disagio rischiano di essere inefficaci perché parte del pubblico è ormai immune alle immagini forti, per saturazione, mentre dall’altro lato questa tattica può essere vista come passivo-aggressiva, ricattatoria e calcante sul senso di colpa del singolo, che raramente è conscio dei meccanismi per cui possa contribuire (involontariamente) alla miseria dall’altra parte del mondo.
Invece il video presenta un problema comune e leggero dello spettatore, amplificato comicamente, e la cui soluzione “fortunosamente” è proprio un’adozione a distanza! Ottimo.

Nella versione più recente, però, si rischia di fare il passo più lungo della gamba: in particolare, The Jackal fa un salto dall’ironia alla satira, e presenta come problema dello spettatore l’Invasione degli Immigrati.
Qui devono avvenire degli sdoppiamenti, che in gran parte prendono forma direttamente dal lato dell’autore. Vengono presentati bambini africani e adulti neri di Fuorigrotta ansiosi di rubare il lavoro, ancorché incapaci di farsi comprendere in italiano, finché Ciro in un finto fuorionda ammette che lo spot è razzista, e lo è perché gli autori pensano che gli italiani siano razzisti (al contrario suo, che reputa gli italiani capaci di credere nell’Amore, nell’Amicizia, etc.)

L’ironia si è fatta abbastanza complessa: abbiamo Ciro, e The Jackal in generale, che usa l’autoironia presentando il proprio spot come immorale, attaccandolo dall’interno e condividendo parte della colpa con il pubblico. Ma quale pubblico? E di chi ride questo pubblico? La domanda non è così scontata e ci sono due situazioni “ideali”, che ideali non sono. Esisterà un pubblico ricettivo perché non ha mai accettato lo slogan “aiutiamoli a casa loro” neppure secondo la parafrasi di Matteo Renzi, e queste persone rideranno dei pubblicitari meschini nella caricatura dello spot, nonché degli italiani più o meno beceri che credono in tale slogan. Ci sarà pure una parte di pubblico che non sente alcuno stridore in “aiutiamoli a casa loro”, purché si aiuti davvero. Costoro non sono interessati a smentire le accuse rivolte agli immigrati in generale, probabilmente ne troveranno alcune credibili, pur senza rancore, trovando davvero qualche motivazione aggiuntiva alla beneficienza nell’evitare che troppi – poveri loro, li capiamo – debbano migrare verso l’Europa.

griot mag the jackal -action aid video natale razzista?

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Da qui in poi ci si può chiedere quale tipo di pubblico sia il target della campagna, quale sia il bersaglio della satira, e quale sia la vera sensibilità di The Jackal e ActionAid.
Innanzitutto si può verificare la varietà delle opinioni dai commenti su facebook al post originale, dove non mancano critiche al concetto stesso di adozione a distanza perché anche in beneficienza gli italiani dovrebbero dare la precedenza agli italiani, tanto economicamente quanto in visibilità. Pochi però si chiedono chi davvero sia dileggiato, se sia necessario o almeno utile, o addirittura se lo spot in sé sia razzista.
È invece Leonardo Bianchi dalle pagine di VICE a riflettere sulle storture possibili nascoste sotto i tappeti dell’(auto)ironia e della metafiction, che sono ormai spendibili anche presso il grande pubblico senza bisogno di nominarle esplicitamente. Le conseguenze però sono raramente soppesate dagli autori, che creano e gonfiano bolle di confusione in cui demenziale, ironico e satirico diventano sinonimi e tutto è non solo concesso, ma interpretabile e valevole di elogio (o bocciatura.) In particolare, in questo video l’unico punto fermo rimane che The Jackal gira uno spot per ActionAid.

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Alle riflessioni di Bianchi, che parla “da sinistra”, almeno rispetto all’ “aiutiamoli a casa loro” renziano, ne aggiungo una personale e da nero. Quando Ciro sbotta e non riesce a continuare lo spot con argomentazioni razziste, Fru gli si avvicina per convincerlo che ActionAid gliele farà passare e probabilmente riusciranno ad infilarci addirittura la parola “negro”. Non affronterò un’analisi linguistica, politica, sociologica sulla parola e non la censurerò, ma mi preme di far notare questo: nell’apice satirico e meta-ironico del video, per me, non c’è nulla. L’appropriazione di “negro” da parte degli amici dei neri, così come la riappropriazione da parte dei nemici del politicamente corretto, non esiste. La parola è sempre stata dei bianchi italiani, autocensurata per fortificare il nesso con “nigger”, ma mai veramente assimilata come tale. Non esiste un’etichetta bianca per usarla, non esiste e perlopiù non interessa un’etichetta nera (perché anche qualora i neri italiani fossero troppi, non sono abbastanza perché agli altri siano chiare le loro istanze). Eppure molti non-razzisti, anti-razzisti sembrano avere il bisogno di usarla, vuoi perché “la lingua italiana è mia e la gestisco io”, vuoi perché “per me è un complimento”, vuoi perché “non va lasciata ai razzisti né censurata per la dittatura del politicamente corretto”.

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Il processo decisionale per usarla coinvolge i neri? Non mi risulta. Dovrebbe? Personalmente lo trovo ridicolo, ma meno della pretesa di utilizzarla in modo qualunquista. L’uso nel video di The Jackal è razzista? In una certa misura lo è e volontariamente, inoltre il personaggio che la usa è genericamente redarguito e non presentato dalla parte dei Buoni. Però in qualche altra misura priva il nero di agenzia (faccio notare che nel break “serio” del video le rettifiche riguardano solo le buone intenzioni di Ciro e degli italiani Buoni.) Personalmente non mi offende, ma ciò non significa né che non debba offendere qualcun altro, né che la situazione sia soddisfacente, giacché in Italia si è passati dall’avere solo quella parola per dei gruppi umani considerati implicitamente inferiori, al volerla utilizzare senza implicazioni ulteriori: in mezzo abbiamo avuto colonialismo e leggi razziali (e la memoria dei nostalgici del Ventennio è quasi migliore di quella dei non-razzisti), senza però movimenti d’emancipazione paragonabili a quelli afroamericani.

Considerato tutto ciò, devo anche ammettere che non si può pretendere che sia un collettivo di videomaker ad educare gli italiani, né ci si può polarizzare indiscretamente nel panorama complesso attorno all’immigrazione e allo sviluppo economico nelle zone più critiche dell’Africa, andando a fare le pulci a tre minuti di spot a fin di bene mentre veri fascisti disturbano redazioni giornalistiche e riunioni sul tema dei migranti. Tutti questi eventi però non sono alternativi, coesistono ed è anche sui loro rapporti che si sviluppa la realtà circostante, nel bene e nel male.

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Louis Fabrice Tshimanga

Louis Fabrice Tshimanga

Nato a Roma, e dopo varie tappe arrivato a Milano, da sempre interessato sia di scienze sia di arti. Di fatto una persona molto distratta.