Festa del Cinema di Roma | Viola Davis: “Non voglio andare nella tomba sapendo che ho ancora del potenziale da dare”

Festa del Cinema di Roma | Viola Davis: “Non voglio andare nella tomba sapendo che ho ancora del potenziale da dare”


La XIV edizione della Festa del Cinema di Roma si è chiusa con Viola Davis, premiata dalla kermesse romana con il Premio Marco Aurelio alla Carriera.

È una Viola Davis monumentale, quella che vestita di bianco percorre il tappeto rosso del festival, accompagnata dal marito Julius Tennon, concedendosi generosamente a qualche selfie con i fan. Ed è monumentale nell’incontro con il direttore artistico della Festa, Antonio Monda, scandito dagli spezzoni video delle sue interpretazioni piú maestose (Il dubbio, Le regole del delitto perfetto, Barriere, The Help, Widows – Eredità Criminale) e da domande e risposte che percorrono la sua carriera di artista e di donna che si batte per una completa inclusione dei neri e delle minoranze in generale nel mondo dei media.

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Viola Davis con il marito, Julius Tennon – via facebook/ViolaDavis

“In America, non è solo Hollywood ad essere bianca, ma tutto il paese è bianco, tranne l’NBA e la NFL. L’industria filmica e della televisione è bianca, è dominata da uomini bianchi. Qualche progresso si vede, ma c’è ancora molta strada da fare. Quello che cerco di insegnare a mia figlia di 9 anni è che anche se come neri rappresentiamo il 12,5 della popolazione [degli Stati Uniti], non dobbiamo accontentarci del 12,5 della torta ma ambire a di più. Bisogna continuamente lottare.” Riflessioni e posizioni che innescano cori di applausi, sensazioni di speranza e urla cariche di consenso, forte e appassionato.

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Viola Davis con i fan sul tappeto rosso della Festa del Cinema di Roma – via facebook/FestaCinemaRoma

Quando si parla di rappresentazione e inclusione è impossibile per me non pensare a Viola Davis, una delle mie eroine di riferimento, uno dei miei fari. È impossibile per me tornare con la memoria al 2015 senza essere investita dalla potenza del suo discorso di ringraziamento agli Emmy Awards, momento in cui le viene consegnato il premio per il ruolo di Annalise Keating de Le regole del Delitto Perfetto: “L’unica cosa che separa le donne di colore da qualsiasi altra persona sono le opportunità. Non puoi vincere un Emmy per ruoli che semplicemente non esistono”.

Opportunità. Ruoli. Inclusione. Rappresentazione. Ogni parola chiama e suggerisce l’altra, disegnando un legame perfetto che nei processi creativi, così come in altre sfere della cultura contemporanea, spesso e volentieri però si spezza per lasciare spazio a molteplici forme di privilegio che hanno origini lontane.

Ripercorrendo le tappe della sua carriera artistica, la Davis evidenzia alcuni aspetti fondamentali che rafforzano la centralità del suo pensiero: non è solo importante avere dei bravi attori di colore in scena, ma anche dei bravi registi di colore, perché hanno il coraggio e la capacità di monitorare come vieni raccontato. “Io devo molto a August Wilson [drammaturgo afroamericano, autore di ‘Barriere, scomparso nel 2005] perché ci ha dato una voce, ci ha rappresentato come persone, in tutte le nostre sfaccettature, anche quelle negative. È una cosa che manca quando in scena ci sono personaggi di colore, il più delle volte esageramente carichi, gentili o arrabbiati, o alle volte dipinti come metafore. Ma la gente, quando esce dal teatro si chiede: ‘Ma che cos’era? Cosa significava? Perchè ha aperto la bocca?’,”riflette la Davis.

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Viola Davis in un momento del suo talk alla Festa del cinema di Roma – via Facebook/ViolaDavis

Per gli acerbi dell’ultima ora (o anche per quelli più testardi) che alle volte si meravigliano quando il piatto viene abbondantemente guarnito con queste riflessioni, può sembrare strano, ingiusto a tratti, approcciarsi alle diverse forme d’arte o cultura prendendo in considerazione anche il colore della pelle, la provenienza geografica, il credo religioso, il genere e l’orientamento sessuale, per non parlare delle altre forme di diversità che fanno fatica ad ottenere un posto nel podio dei marginalizzati. Alcuni la vivono come una forma di “discriminazione al contrario”, di appiattimento, in cui doti, talento e merito passano in secondo piano e il politically correct diventa protagonista.

Eppure il problema dell’inclusione, della rappresentazione dell’altro, del diverso, del vedersi, riconoscersi (e diffonderci) negli specchi del cinema, della televisione, del teatro, del mondo della cultura e delle arti, della moda, della creatività, così come del mondo accademico e del lavoro in generale, è reale, esiste. E l’Italia non è un’eccezione, anzi. Basti pensare al recente caso del programma Tale e Quale show, ospitato dalla rete ammiraglia. Il “talent” degli imitatori ha pensato bene di ospitare una cantante completamente in black face (in questo caso con tutto il corpo dipinto di marrone) per interpretare Beyoncé. E vi ricorderete lo spot Alitalia—subito cancellato—con protagonista un finto Obama visibilmente rappresentato con la faccia dipinta. Una pratica non nuova in Italia, non diffusissima, ma che nove volte su dieci viene accettata e considerata divertente qui da noi, senza mai tenere conto delle implicazioni storiche che ha, legate alla discriminazione, stereotipizzazione e disumanizzazione dei neri nei minstrel show americani.

C’è da dire che anche il nostro paese sta registrando dei—timidissimi—passi in avanti. È un trend figlio di un movimento globale che raccoglie più teste e voci che, in maniera individuale, o collettiva, nei piani bassi così come in quelli più alti, lavora alacremente alla creazione e promozione di processi culturali più inclusivi delle diversità, che hanno anche il merito di non disperdere e minimizzare il potenziale insespresso di un individuo. “Non voglio andare nella tomba sapendo che ho ancora del potenziale da dare. Motivo per cui insieme a mio marito abbiamo fondato una casa di produzione che supporta persone LGBQT, persone di colore, minoranze, e il loro potenziale,” ha tenuto a sottolineare la Davis. E nel mio piccolo, insieme alle persone che fanno parte di GRIOT, sono con lei ogni giorno, in questa grande sfida che dovrebbe essere abbracciata da più parti.

Ma Monda ha saputo dare spazio a moltissimi spunti, facendo emergere altri lati altrettanto importanti di questa meravigliosa attrice. Lati che, in altri spazi e con altri protagonisti, rischiano di essere risucchiati, di lasciare nell’ombra parte dell’interezza di un individuo, facendo combaciare la sua soggettività solo ed esclusivamente con le battaglie e le cause che porta avanti.

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Da sinistra l’attore Pierfrancesco Favino, il direttore artstico della Festa del Cinema di Roma Antonio Monda, e Viola Davis – via facebook/FestaCinemaRoma

Parlando di teatro, cinema e televisione, per esempio, la Davis ammette di divertirsi di più a teatro, “anche perchè è qui che è iniziata la mia carriera. Le persone che vanno a teatro cercano un’esperienza umana. E questa è una cosa che mi piace. [Ma] ho amato molto recitare ne Il Dubbio, e uno dei motivi principali è perchè è stato approcciato come fosse un’opera teatrale. Abbiamo passato tre settimane di prove in teatro. Spesso, nella nostra professione [di attori cinematografici o televisivi] non abbiamo il beneficio del processo. Vai sul set e giri. E tutto quello che giri è più orientato al risultato e molto meno al processo.”

È un’attrice che non si risparmia, che ama passare da un genere filmico all’altro. Che spesso sente di volersi perdere in un mondo immginario. “Albert Einstein diceva che l’immaginazione ha più valore della conoscenza. Se non avessi avuto la mia immaginazione sarei rimasta la Viola Davis di Rhode Island che non veniva considerata attraente. È la mia immaginazione che mi ha definita. Potevo scappare in un mondo in cui ero io a creare.”

I personaggi che interpreta sono frutto di una scrupolosa attività investigativa composta da vari ingredienti. “Devi approcciare un personaggio come se fossi un detective. E investigare un personaggio, anche se la maggior parte della mia carriera non riflette il mio potenziale, perchè è legata a ruoli che erano disponibili per persone come me, è la più grande gioia in assoluto. Devi studiare la vita, le persone, anche te stessa e i tuoi angoli più nascosti. È questo che cerco di iniettare in tutti i ruoli che interpreto.”

“Viola Davis è una delle attrici più straordinare con cui abbia mai lavorato, il suo talento è enorme, ma soprattutto le sue doti umane sono infinite. Ha una grandissima forma morale e senso di compassione. Viola, sei meraviglia come attrice, donna, madre, sorella e, per mia fortuna, come mia amica,” sono le parole che un altro titano del mondo del cinema, Meryl Streep, rivolge alla Davis in un potente video messaggio.

Una fonte di ispirazione anche per tanti artisti nostrani, tra cui Piefrancesco Favino, che nel momento finale, alla consegna del Premio alla Carriera, le confessa: “Una preghiera Sig.ra Davis, ogni tanto mi lasci libero, perché io sono ossessionato dalle sue capacità, dal suo talento.”

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Piefrancesco Favino consegna a Viola Davis il Premio alla Carriera della Festa del Cinema di Roma – via facebook/FestaCinemaRoma

È difficile non essere ispirati da Viola Davis. Siamo in molti a prenderla come esempio. Una artista donna nera di incomparabile talento che ha lottato per arrivare dov’è e che dall’alto della sua posizione privilegiata continua a portare avanti battaglie per la nostra società.

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Immagine di copertina | Viola Davis sul tappeto rosso della Festa del Cinema di Roma – via

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Johanne Affricot

Johanne Affricot

Cultura, arti, musica, viaggi: vivrei solo di questo. "Culture curator e activator" per passione e missione. La curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto: potrei anche mordere.