La politica del “Ritorno” trainata dall’afrodiscendenza

La politica del “Ritorno” trainata dall’afrodiscendenza


Le iniziative turistiche intraprese dal Ghana e altri paesi escudono i neri che non hanno i mezzi economici per viaggiare.

Immaginate la scena: un leader dei diritti civili che indossa una camicia di lino a righe e una poetessa con un taglio afro di media lunghezza e gli occhiali da sole che le proteggono gli occhi. È il 1964 e le due persone sono Malcolm X e Maya Angelou; sono ad Accra, in Ghana, e stanno incontrando studenti e attivisti locali, nonché gli afroamericani che vivevano ad Accra.

L’obiettivo della visita era discutere la persecuzione dei neri che vivevano in America e capire come convincere i capi degli Stati-nazione africani ad usare la Corte di Giustizia Internazionale delle Nazioni Unite per muovere una denuncia penale contro gli Stati Uniti sulla violenza razziale subita dai neri americani durante il periodo di segregazione sotto le leggi Jim Crow. Malcolm X, riferendosi alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa, affermò che “se il razzismo sud africano non è un problema interno, allora anche il razzismo americano non è un problema interno.” Il suo invito all’azione era spinto da un internazionalismo che potesse portare i Paesi appena diventati indipendenti a sollevare preoccupazioni sul razzismo strutturale perpetuato dagli Stati Uniti.

All’epoca Maya Angelou era redattrice per la rivista African Review e docente all’Università del Ghana. Malcolm era in viaggio in Medio Oriente e Africa, dopo aver lasciato la Nation of Islam, e aveva chiesto ad Angelou di unirsi al suo nuovo gruppo, l’Organizzazione dell’Unità Afroamericana. A loro si unirono altri neri americani come W.E.B. Du Bois e l’assistente sociale Alice Windom. La loro crescente comunità di neri americani in Ghana fu determinante nel dare vita a un panafricanismo tra le persone di sinistra e gli scrittori che volevano vedere che aspetto avesse uno stato nero di recente indipendenza. Alla fine successe ben poco, ma il Ghana—e altre nazioni africane—diventarono un posto per quella che lo storico Kevin Gaines chiama “cittadinanza transnazionale”, ovvero la possibilità per i neri americani di realizzare la loro politica progressista al di fuori degli Stati Uniti.

Per le persone che erano figlie e nipoti di ex schiavi, immaginarsi la solidarietà internazionale era un modo per rivendicare un nuovo tipo di libertà e muoversi in un mondo più ampio che gli offriva una fuga dal terrore che avevano visto negli Stati Uniti. In pratica, ciò significava che solo una piccola parte dell’élite nera fu in grado di accedere a questa libertà. Su invito del presidente Kwame Nkrumah, nel 1961 Du Bois diventò cittadino del Ghana, soprattutto grazie alla sua statura di straordinario intellettuale, editore e scrittore nero.

Sin dalla sua indipendenza dal governo britannico nel 1957, il Ghana si è basato su questa tradizione. Il Parlamento nel 2001 ha votato una legge chiamata “Diritto di Residenza”: garantisce ai discendenti degli schiavi africani il diritto di stabilirsi nel paese. Ha anche cercato di incoraggiare i neri americani ad approfondire la loro lealtà politica allo stato post-coloniale, poiché molti di questi attivisti neri erano attratti dall’aspirazione di Kwame Nkrumah di aiutare la liberazione dei neri nel continente africano e altrove.

Durante un periodo della decolonizzazione, quando gli afroamericani stavano costruendo la propria lotta di liberazione, il Ghana funzionò da laboratorio per menti anticoloniali. Da socialista—così si autoidentificava—Nkrumah richiese una ristrutturazione sociale globale, ma in pratica contò su un fermo sistema politico fondato sul suo dominio assoluto, spesso inasprendo le divisioni economiche che desiderava veder scomparire. Quando nel 1966 fu rovesciato dai militari, il sogno socialista panafricano che aveva promosso era praticamente sfumato, portando a una serie di regimi militaristici e neoliberisti.

La moderna manifestazione di questa idea in qualche modo oggi è diversa: il “ritorno” diasporico africano si è preoccupato più di produrre festival per l’élite globale nera piuttosto che costruire solidarietà e migliorare la vita di tutti i neri. Mentre il viaggio può creare quello spazio che permette alle persone di connettersi, allo stesso tempo costringe a pensare alla politica di mobilità durante un’era di enorme diseguaglianza.

Nel 2019 il Ghana ha proclamato “L’anno del Ritorno” e ha invitato le persone della diaspora africana a recarsi nel paese dando loro il “Benvenuti a casa”. Nana Akufo-Addo, l’attuale presidente del Ghana, è stato un grande architetto di questa campagna e l’ha considerata un’opportunità per fare ammenda verso gli africani che furono ridotti in schiavitù e costretti a emigrare durante la tratta transatlantica degli schiavi. In teoria, il “ritorno” intende attrarre i discendenti di africani che hanno lasciato la costa occidentale per il Nuovo Mondo, ma alla fine si è evoluto, fino ad estendersi ai neri in senso più ampio.

La campagna ha anche attirato l’attenzione di molti Afroeuropei che cercano di instaurare una connessione più profonda con il continente. Kemi Fatoba, giornalista austriaca-nigeriana, mi ha detto che ha deciso di viaggiare in Africa, e in particolare in Ghana, perché “l’Anno del Ritorno mi ha dato la spinta in più.” E ha aggiunto: “È stato emozionante. Mi sono sentita molto connessa alle altre persone con cui sono andata in tour. Ho passato molto tempo con neri americani e molte persone della diaspora.”

Mentre la politica del “ritorno” è complessa e ha alle spalle una storia politica legata ai viaggi emotivi delle persone e alle connessioni culturali, esiste un incentivo commerciale che definisce chi può viaggiare. Per molti discendenti di schiavi africani che sono stati costretti a emigrare nelle Americhe, ci sono poche prove che indicano l’esatto luogo o gruppo etnico da cui provengono e a cui appartengono. Come il sociologo Alondra Nelson ha fatto notare in The Social Life of DNA, alcuni afroamericani hanno cercato di favorire i legami con la loro terra ancestrale attraverso test genetici. Sebbene esistano vari modi per utilizzare questa tecnologia contemporanea per affrontare il trauma storico, alcuni critici dubitano di questi test a causa della continua mobilità ed eterogeneità dei gruppi etnici africani e della riconfigurazione di alcuni di quei gruppi molto tempo dopo il commercio degli schiavi.

Tuttavia, il “ritorno” è stato invocato da un paese e per gli afroamericani che cercano di riconciliarsi e vogliono stabilire connessioni più profonde con il continente africano; e il Ghana ha fornito la via politica per la storica resa dei conti. Allo stesso tempo, il Ghana ha generato 1,9 miliardi di dollari nel turismo dal suo annuncio, nel 2019, dell’Anno del Ritorno. Tra le persone più famose che hanno viaggiato in Ghana durante l’Anno del Ritorno ci sono la modella Naomi Campbell, la rapper, cantautrice e personaggio televisivo Cardi B e l’attrice Rosario Dawson. Tutto ciò è stato reso possibile grazie alla strategia mediatica globale messa in piedi dall’imprenditrice ed ex manager di Uber Bozoma Saint John, che in parte è cresciuta in Ghana, e da una campagna sui social media che ha incluso importanti media come la rivista Ebony. L’obiettivo è quello di attirare un’élite nera che genererà entrate per il paese.

Ciò è stato ulteriormente facilitato dai requisiti di visto per il Ghana per determinati paesi, come la Giamaica, ai cui cittadini non viene richiesta la tassa di visto—un paese prevalentemente nero, popolato principalmente da discendenti di schiavi africani—per visitare il Ghana. Tuttavia, in Giamaica, con un pil procapite annuo di $ 9.200 l’anno, sembra improbabile che la maggior parte dei cittadini possa permettersi di viaggiare in Ghana, perché il costo dei biglietti oscilla tra i 2.500 dollari e i 3.000 dollari, o approssivamente un terzo dello stipendio di una famiglia. In questo modo, il gesto di rinunciare al visto è un gesto simbolico per i ricchi cittadini giamaicani che possono permettersi di viaggiare in Ghana.

Prima di questa campagna di marketing, secondo l’autorità turistica del Ghana il numero di turisti è cresciuto da 580.000 dollari nel 2007 a 980.000 dollari nel 2017. Di conseguenza, le entrate generate dal turismo sono aumentate da $879 milioni a $1,800 milioni. L’Anno del Ritorno onora il 400° anniversario dell’arrivo dei primi africani schiavizzati a Jamestown, nell’America coloniale britannica. In una splendida poesia, Clint Smith evoca la storica ingiustizia della rimozione da un posto: I drag my thumb from Ghana, to Jamaica & feel the weight of dysentery, make an anvil of my touch. Questa sensazione di essere intrappolati tra l’essere americani e il continente africano è precisamente la tensione su cui si basa il “diritto al ritorno”. La campagna di marketing focalizzata sull’attirare coloro che sono discendenti della tratta degli schiavi transatlantici, recentemente si è trasformata in un’opportunità economica per il Ghana.

Anche il turismo del Ghana fa parte della strategia di sviluppo internazionale del Paese: l’industria contribuisce per quasi il 6% al prodotto interno lordo del paese. Allo stesso tempo, l’iniziativa di spendere di più per il turismo viene incoraggiata dalla Banca mondiale, in aree ad alto svago, ecoturismo e siti che sono direttamente legati al commercio transantlatico di schiavi, come gli allogi degli schiavi nella città di Elmina.

I paesi limitrofi stanno seguendo l’esempio. Nel gennaio 2020 il governo nigeriano ha lanciato una campagna intitolata “Porta del Ritorno”. Alcuni ghanesi su Twitter hanno risposto deridendo il loro vicino. C’e un meme su Twitter che mostra uno scrivano medievale al lavoro, con scritto sul petto “Ghana”, mentre un altro uomo, che guarda oltre le sue spalle, sembra copiare lo scrivano studioso.

Mentre queste campagne di marketing potrebbero fornire uno spazio per aumentare l’interesse a viaggiare nel continente africano, molti dei luoghi e degli eventi organizzati non sono accessibili ai locali. La strategia per attirare la diaspora africana nel continente include eventi che vanno dall’Afrochella, in Ghana, al festival Afropunk in Sud Africa. Ma i biglietti giornalieri costano rispettivamente $30 e $35: ordini di grandezza che vanno oltre quello che molti neri africani possono permettersi.

L’attuale campagna per l’Anno del Ritorno, quindi, non può essere confusa con la vera solidarietà all’interno della diaspora africana, per quanto espansiva, multilingue e multietnica sia. Ciò che si raccoglie da questa ricca storia di internazionalismo è una politica di solidarietà, una politica di scoperta e una politica della memoria.

In Ghana, l’anno 2020 è stato ufficiosamente etichettato “Beyond the Return”, Oltre il Ritorno. Ma per superare veramente i luoghi comuni del marketing del settore turistico, la nostra definizione di “ritorno” deve avere connessioni più profonde con il passato: dalla schiavitù agli sforzi di Maya Angelou e Malcolm X di seminare i semi della libertà per tutti i neri—non solo i privilegiati.

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English version on The Nation – The Racial politics of ‘Return’ 

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Immagine di copertina | Maya Angelou (sinistra) e Malcolm X (centro), posano insieme ad altre persone (Ghana, 1964)

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Edna Bonhomme

Edna Bonhomme

Sono una storica e giornalista haitiana-americana di base a Berlino. Il mio lavoro è guidato da futurismi diasporici, cura a base di erbe, esseri bionici. Tra i miei hobby: dire le cose come stanno e tenerle vive.