Cosa significa la pace tra Etiopia ed Eritrea per le italo-eritree e le italo-etiopi?

Cosa significa la pace tra Etiopia ed Eritrea per le italo-eritree e le italo-etiopi?


Lo scorso 9 luglio l’Etiopia e l’Eritrea, due ex colonie italiane (in Etiopia ci fu più un’occupazione e durò cinque anni), hanno formalmente siglato un accordo di pace e amicizia che sembra aver finalmente messo fine a vent’anni di guerra fredda africana. La miccia che ha prodotto questa tensione permanente tra i due paesi fu innescata per questioni territoriali: una commissione aveva stabilito che la piana di Badme (al confine tra i due stati) sarebbe dovuta andare all’Eritrea (indipendente dal 1993, il paese precedentemente era una provincia dell’Etiopia). L’accordo però non venne rispettato e, conseguentemente a questa presa di posizione, seguì un biennio bellico—1998-2000—in cui morirono decine di migliaia di persone. Con l’Accordo di Algeri del 2000 fu messa la parola fine al conflitto, ma di fatto la questione territoriale rimase invariata, mantenendo un clima di tensione, sofferenze, divisioni, che si spera vengano interrotti grazie al raggiungimento di questo traguardo storico.
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I presupposti e segnali di volontà ci sono tutti: il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha avviato, tra i vari punti, il ritiro delle sue truppe dalle regioni di confine contese e sta procedendo alla liberazione di migliaia di prigionieri politici, grazie a una legge approvata dal parlamento etiope; pochi giorni fa c’è stato il primo volo dall’Etiopia all’Eritrea; le telecomunicazioni sono state ripristinate. Il presidente eritreo, Isaias Afeworki, ha ritirato le sue truppe dal confine con l’Etiopia; l’Eritrea ha riaperto la sua ambasciata in Etiopia, nominando il primo ambasciatore.

In questo clima di euforia, abbiamo chiesto ad alcune donne italo-etiopi e italo-eritree di diverse generazioni di condividere con noi i loro pensieri su questo importante passaggio storico, percorrendo la loro vita, quella delle loro famiglie e dei loro paesi d’origine: dall’Etiopia/Eritrea, all’Italia, all’Etiopia/Eritrea.

Saba, italo-eritrea, è una studentessa universitaria, ha 22 anni ed è di Milano

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Per gentile concessione dell’intervistata

La prima ad arrivare in Italia è stata mia nonna. Inizialmente era emigrata dall’Eritrea ad Addis Abeba e nei primi anni ’80 si è trasferita a Milano. Mettendo soldi da parte, è riuscita a portare mia madre e successivamente ad aiutare anche i figli di sua sorella. I miei si sono conosciuti qui a Milano negli anni ’90.

In Eritrea non ho molti parenti stretti, alcuni sono emigrati (Svizzera, Norvegia, Canada, Inghilterra, Germania, Etiopia), altri sono morti durante la guerra d’indipendenza.

È stato un fulmine a ciel sereno questa pace. Personalmente non me lo aspettavo, pensavo che nulla si sarebbe mosso prima dei cambiamenti interni in entrambe le nazioni, ma dopo vent’anni—praticamente tutta la mia vita—la pace finalmente è arrivata e ne sono felice. Anni lunghissimi per chi ha visto la sua famiglia divisa per due decenni, genitori lontani dai figli, fratelli lontani dai loro fratelli.

L’ immagine che più mi ha emozionata è stato lo scatto di un abbraccio fra madre e figlio all’aeroporto di Asmara. Il figlio era appena atterrato ad Asmara con il primo volo diretto Addis Abeba-Asmara. Non si vedevano da anni. Non posso nemmeno immaginare cosa significhi restare lontani dalla propria madre per un tempo così lungo.

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Creedits: G.M.A Visafric

Spero che questa pace sia solo il primo passo verso una vita migliore per tutti. Spero provochi un effetto domino di miglioramenti. Uno dei primi cambiamenti che vorrei vedere in Eritrea è l’abolizione della leva militare obbligatoria. Io ho avuto la fortuna di nascere altrove e la libertà di godermi la mia adolescenza. Purtroppo chi nasce in Eritrea non ha questo lusso.

Sono cinque anni che non vado in Eritrea, da quando ho perso nonna, ma quando ci tornerò coglierò sicuramente l’occasione per visitare anche l’Etiopia.

Seble, italo-etiope-eritrea di Bologna, milanese di adozione, si occupa di Innovation & Partnership

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Per gentile concessione dell’intervistata

Mio padre è etiope, mia madre è eritrea, anche se all’epoca erano entrambi etiopi in quanto l’Eritrea non aveva ancora ottenuto l’indipendenza. I miei sono stati tra i primi ad arrivare in Italia. Mio padre alla fine degli anni ’60, per studiare, e mia madre agli inizi degli anni ’70, per lavorare. Non si conoscevano ancora, si sarebbero poi incontrati a Bologna, ma entrambi erano spinti dalla voglia di esplorare il mondo. Non erano spinti dalla paura ma dalla curiosità. In quel periodo la loro generazione poteva ancora permetterselo.

Siamo tutti storditi da quello che sta succedendo, increduli di come tutto abbia subìto un’accelerazione inaspettata. La gioia con cui le comunità residenti all’estero hanno reagito a questa svolta racconta di quanto in fondo tutti aspettassimo questo momento, anche se ormai non credevamo più potesse succedere. Io ho parenti sia in Eritrea che in Etiopia. Sentirli e farmi raccontare da loro cosa stava succedendo mi ha fatto capire che è tutto vero. Che quello che vedevamo e leggevamo è concreto. Ho sentito nelle loro voci la gioia e la speranza e questo mi ha molto commossa.

Le immagini che mi hanno più emozionata sono quelle dell’arrivo del volo da Addis Abeba ad Asmara e delle famiglie che finalmente dopo anni si potevano rivedere e riabbracciare. Ho visto nei loro occhi quanto avevano atteso quel momento. Quanta vita avevano da raccontarsi. La pace costruisce, la guerra distrugge. Etiopia ed Eritrea hanno vissuto anni terribili che hanno portato le famiglie a separarsi, tante vite distrutte. È arrivato il momento di voltare pagina e darsi una possibilità di costruire una storia nuova. Tutto il Corno d’Africa ha bisogno di pace e stabilità per riuscire a sprigionare le proprie potenzialità.

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Credits: G.M.A Visafric

Spero che questo sia un primo passo per costruire un profondo cambiamento che restituisca speranza e prospettive di crescita. Sarà l’euforia del momento, ma io credo che siamo sulla buona strada e che le cose miglioreranno per tutti.

Sono stata in entrambi i paesi da piccola, anche se ho vissuto più a fondo l’Eritrea, dove sono stata una sola volta, nel 1993. Un’esperienza indimenticabile. Ricordo un paese stremato appena uscito da una lunga guerra ma pieno di speranze, pronto a ripartire. Bellissimo. Me la immagino così anche oggi, dopo questa nuova apertura. Non vedo l’ora di rivederli entrambi.

Tezeta, italo-etiope, ha 33 anni, fa l’attrice e vive a Roma

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Per gentile concessione dell’intervistata

Mia madre è venuta in Italia dopo aver vissuto sette anni a Gibuti—paese in cui sono nata—perché scappava dalla dittatura di Menghistu [Haile Mariam]. Siamo arrivate in aereo, dopo aver ottenuto un visto. Lei è tornata ad Addis Abeba da qualche anno e ha aperto una piccola attività. Questa pace mi riempie di gioia e orgoglio, mi fa provare una bellissima sensazione di speranza. Non credevo succedesse tutto così in fretta, in meno di 100 giorni, ma ho sempre pensato che fosse questione di tempo. Il primo ministro etiope Abiy Ahmed, per il quale è partita una petizione per candidarlo a Premio Nobel per la Pace, ha rivoluzionato il clima che si respirava nel Corno d’Africa e, oltre agli aspetti sopra citati, sta facendo una dura lotta alla corruzione. Vedere poi le immagini delle signore anziane in aeroporto, l’accoglienza, gli abbracci fra parenti, le nonne che non avevano mai visto i loro nipoti…è stata una grande emozione.

In Etiopia vivono mia nonna, i miei zii e cugini. Anche loro sono increduli, travolti da quest’ondata di pace che pare stia attraversando il Corno d’Africa. Sono tutti commossi, ci sono uno stupore ed una gioia indescrivibili.

Credo che quest’evento rappresenti un segnale importante che Abiy Ahmed lancia al continente e al mondo: contare sulle proprie capacità e risorse; provare a governare e realizzare accordi commercialiche spero risollevino il popolo; tutelare i diritti della popolazione locale. Sono molto curiosa di vedere cosà accadrà nei prossimi anni.

In Etiopia vado spesso, ci ho portato anche mio figlio perchè trovo sia importante coltivare le proprie radici. Non sono mai stata in Eritrea e, visto che da noi non c’è mare, non vedo l’ora di farmi un bel tuffo nel mar Rosso.

Potete approfondire la storia di Tezeta qui.

Selam, 27 anni, italo-eritrea, vive e lavora a Milano nel campo della leadership aziendale

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Per gentile concessione dell’intervistata

I miei genitori sono arrivati in Italia circa quarant’anni fa. Scappavano dalla guerra con l’Etiopia. Mio papà negli anni ’80 lavorava ad Asmara ed era molto contento del suo lavoro, ma l’instabilità politica e l’aver rischiato la morte gli fecero prendere la coraggiosa decisione di scappare, per altro trovandosi varie volte di fronte alla morte anche durante il viaggio. Se oggi sono qui a raccontare questa storia lo devo quasi sicuramente a questa scelta. Non penso che sarei nata altrimenti.

Non mi aspettavo questa pace, anche se sono una persona ottimista, e il mio nome significa pace, per l’appunto. Non me lo aspettavo perché l’ho sempre vista come una questione molto complicata e sono felicissima che sia arrivata.Per tutto il popolo eritreo, per quelli che non ci sono più, per i giovani che sognano un futuro nel loro paese, ma sopratutto per tutta la diaspora eritrea in giro per il mondo. Per chi, come i miei genitori, è scappato dalla guerra decenni fa sognando questo momento. In tutti questi anni, i miei hanno sempre cercato di sostenere il paese a distanza, sia economicamente che moralmente, soffrendo all’estero tutte le complessità dell’essere immigrato, perdendo in guerra amici e parenti e vivendo lontani dalle loro famiglie. Non hanno vissuto una vita semplice e si meritano almeno di poter vedere quello che hanno sognato da quando sono nati: un paese finalmente indipendente e in pace, dove le persone possono poter scegliere di rimanere.

Spero ci saranno miglioramenti a livello sociale, economico e politico in generale. È quello che desiderano tutti gli eritrei. La guerra è come se avesse tenuto tutto in stand-by. La sola e unica priorità in tutti questi anni è sempre stata la sicurezza nazionale, che significava sopravvivenza come Stato. Adesso mi auguro che finalmente il paese possa rinascere. È un momento storico estremamente interessante che potrebbe avere risvolti importanti, non solo per l’Eritrea, ma per tutto il Corno d’Africa.

Le immagini che mi hanno più colpita sono quelle legate al primo volo commerciale che collega Addis Abeba ad Asmara. La gioia delle persone nel rivedersi. I loro abbracci, i loro volti. Mi sono venuti i brividi e le lacrime vedendo quelle foto. Sono cresciuta sognando di vedere etiopi ed eritrei abbracciarsi. Famiglie ingiustamente separate per decenni. Persone con storia, usi e costumi molto vicini.

In Eritrea sono stata d’estate con i miei genitori, quando ero piccola. Ci sono ritornata in età adulta con i miei amici. L’ultima volta nel 2012. Mi piacerebbe tantissimo tornarci presto e andare anche in Etiopia. Ho sempre voluto visitarla, sopratutto in questi ultimi anni. Però l’idea di arrivare fin lì e dover decidere di andare o da una parte o dall’altra mi metteva tristezza. Ora potrei andare in entrambi i paesi in un unico viaggio. Non vedo l’ora!

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Credits: G.M.A Visafric

Olga, italo-etiope, ha 62 anni, è pensionata e vive in provincia di Roma

Padre italiano, madre etiope, sono arrivata in Italia nel 1975, perché in Etiopa ci fu un colpo di stato.

Sinceramente non mi sarei aspettata che ripartissero i voli aerei, che venissero ripristinate le linee telefoniche, ritirate le truppe dai confini, liberati diversi prigionieri politici: la pace. Il sogno si è finalmente realizzato.

Eritrei e etiopi fanno parte dello stesso ceppo e la politica sporca ci ha divisi per tanto tempo. In questo momento sono orgogliosa di questo uomo che spunta dal nulla e unisce la gente che altri hanno diviso.

Con i miei amici eritrei ci siamo raccolti e abbiamo pianto dalla felicità. I miei figli conoscono la situazione perché conoscono bene le due realtà. Sono entusiasti della pace avvenuta e, in futuro, della collaborazione tra i due stati.

Credo che questo nostro primo ministro abbia sfondato un portone blindato per far entrare nel paese democrazia, utilizzare le nostre ricchezze per dare lavoro ai giovani e cercare di fermare quanto più possibile l’esodo.

In questo momento il popolo etiope mi sembra come una bottiglia di champagne che dopo ventisette anni di repressione è pronta per essere stappata. Passata l’euforia, ora tocca lavorare e aiutare entrambi i popoli a credere e intraprendere la via maestra.

Sono ritornata in Etiopia nel 2002, dopo ventotto anni, e ogni anno ci torno con la mia famiglia. Per me visitare l’Eritrea non è mai stato un problema, ora ci andrò con i miei amici eritrei.

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Johanne Affricot

Johanne Affricot

Cultura, arti, musica, viaggi: vivrei solo di questo. "Culture curator e activator" per passione e missione. La curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto: potrei anche mordere.