In conversazione con i Bonjay, alla ricerca del suono perfetto

In conversazione con i Bonjay, alla ricerca del suono perfetto


Alla fine della primavera scorsa è uscito Lush Life, l’album di debutto del duo canadese Bonjay, e me ne sono subito innamorata, catturata da una ricerca sonora che è riuscita a rinnovare la dancehall degli esordi, alimentandosi di stimoli urbani attualissimi e sconfinando in altri generi di bass music. Porgendo un orecchio al soul e all’R&B, e l’altro alle nuove tendenze dell’indie e dell’elettronica, i Bonjay propongono un suono originale, che attraversa a ogni pezzo emozioni diverse e profonde.

Da subito ho inseguito Alanna Stuart e Ian Swain, rispettivamente cantautrice e produttore, per intervistarli e scoprire il percorso fatto dall’uscita del loro primo ep, Broughtuspy (2010), a oggi. Dopo mesi di rincorse e appuntamenti slittati in bilico tra i fusi orari, finalmente ci sono riuscita.

GRIOT: È passato molto tempo dal vostro ep di debutto, Broughtupsy. Come mai produrre un nuovo album vi ha richiesto così tanto tempo? Sembra che abbiate lavorato alla ricerca del suono perfetto… E possiamo immaginare che siano successe tante cose in questi anni: da che cosa avete tratto ispirazione per scrivere Lush Life?

Alanna Stuart: Gli ultimi anni sono stati una sorta di campo di allenamento creativo: è strano pensare a tutte le sfide che abbiamo affrontato per nostra stessa volontà. Ho studiato teatro con attori professionisti e mi sentivo come quando dovevo prepararmi all’esame finale del corso di danza! Ero così impacciata e insicura… Sono state esperienze di questo tipo: frequentare le lezioni di movimento con Dana Michel, imparare i segreti dell’audio engineering dall’ingegnere del suono di Feist… E hanno richiesto tempo. Ci è voluto tempo per rendermi conto delle mie debolezze, per trovare il coraggio di affrontarle e, soprattutto, per superare il limite delle mie conoscenze.

È stato bello fermarsi in tanti luoghi differenti, da Londra a Montreal, da Hamilton a Berlino, fino a Kingston in Giamaica. Tutti questi posti hanno contribuito all’atmosfera dell’album, alla sua energia e alla costruzione del suo mondo.

Ian Swain: La migliore ispirazione è venuta proprio dalle cose che abbiamo visto e dalle persone che abbiamo incontrato, viaggiando per il mondo. Cerchiamo ispirazione nella pienezza del mondo reale e proviamo a non cedere alla tentazione di combinare semplicemente le influenze dalle canzoni che amiamo.

A parte tutte le mie influenze musicali, ci tengo a nominare Jane Jacobs [antropologa e attivista statunitense naturalizzata canadese, ha studiato lo sviluppo urbano delle città, NdR] come una sorta di guida intellettuale. È una donna autodidatta, la prima persona a scrivere di come posti meravigliosi si evolvono naturalmente e di come possono essere rovinati da coloro che vogliono “sistemarli”. È una lettrice accanita, ma alle origini del suo lavoro ci sono semplicemente le sue passeggiare nei distretti di New York tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per osservare che cosa stava succedendo. E non aveva paura di raccontare i fatti per quelli che erano.

Quali sono le vostre band e i vostri artisti preferiti? Ci sono album o canzoni che considerate fondamentali per la vostra educazione musicale?

I.S.: La versione di Don’t Stop The Music di The Playa con Timbaland è una delle più importanti per me, perché mette insieme moltissimi elementi musicali che amo. Poi l’album di Aretha Franklin, Young, Gifted and Black, che è un meraviglioso esempio di collaborazione artistica. Aretha scrisse metà del disco, ma trasformò in canzoni anche contributi di Nina Simone, Weldon Irvine, che è inspiegabilmente sottostimato, Otis Redding, Lennon e McCartney, Elton John e Bernie Taupin. E ci suonano grandi musicisti, come Donny Hathaway, Bernard Purdie della band di James Brown, Dr. John, le sorelle di Aretha, Erma and Carolyn, che io adoro letteralmente, la mamma di Whitney Houston, Cissy, e Billy Preston. Hanno lavorato tutti insieme per creare un album senza tempo. Ovviamente, mi piace ascoltare roba elettronica, come le produzioni di B.I.G. Joe, Seiji e Lenky, cioè musica dance insolita e strana con strutture ritmiche fuori di testa. È una risorsa di grande ispirazione per me.

A.S.: La dancehall è il mio primo grande amore. La crudezza di quei bassi sincopati mi trasmette un senso di avventura. Ma soltanto adesso mi sto rendendo conto di quanto la sua influenza sia stata forte su di me, infatti, quando sono in studio, cerco sempre di provare a fare le cose “nel modo sbagliato”, mi avventuro in ciò che non conosco. Magari uso la mia voce per creare sonorità che non riesco a trovare nei preset dei sintetizzatori o delle drum machine, oppure cambio le vocali per incasinare il linguaggio e inventare delle rime che non esisterebbero. E lo faccio con spavalderia, da giamaicana!

E che cosa vi piace e che cosa state ascoltando in questo periodo?

I.S.: Sto ascoltando molte cose vecchie di differenti periodi per cercare influenze insolite, ma mi piace scovare gente nuova, come Michael Uzowuru e Jeff Kleinman, che hanno prodotto il pezzo Til’ It’s Over di Anderson .Paak, o DJ Dahi, che ha prodotto buona parte del disco Summertime ‘06 di Vince Staples e di Worst Behavior di Drake. Vince Staples mi piace molto, sia per la sua personalità sia per la sua musica. Penso che la maggior parte della musica buona nasca quando le persone dicono “fanculo alla generazione precedente” e lui è proprio così, si prende gioco del gangsta rap, fa video spiritosi, si diverte a ridicolizzare chiunque provi a inseguirlo.

Entrambi amiamo l’album di Kadhja Bonet, Childqueen,e quello di L CON, Insecurities in Being, infatti abbiamo appena indicato la sua You Were Right come canzone dell’anno per una classifica radiofonica. E poi tutta quella gente di Los Angeles! Credo che sia quello il cuore di tanta musica fresca che esce oggi, o almeno delle cose che mi arrivano.
griot-mag -bonjay-intervistaQual è il vostro metodo di lavoro, come nascono le vostre canzoni?

I.S.: Penso che l’unico tratto in comune, di volta in volta, è che tutto comincia da una semplice idea. Può essere un riff vocale, un giro di accordi, una struttura ritmica o un concetto. Ogni canzone nasce da un seme e si sviluppa da esso.

Alanna, la canzone Medicine For Melancholy è emozionante e commovente, può toccare davvero l’animo di tanti ragazzi e ragazze che non vivono più nella loro terra d’origine. Mentre scrivevi quel pezzo, pensavi a qualcuno in particolare o a te stessa?

A.S.: Ho scritto Medicine for Melancholy per Barry Jenkins, il regista del film omonimo. Quando ho visto i due personaggi principali, due afroamericani che vivono esperienze diverse, una luce si è accesa nella mia testa. Mi sentivo in bilico tra la tensione e la connessione tra i due personaggi, circondata e avvolta dalle loro esistenze. Nera, indubbiamente, ma anche interessata a forme e suoni non propriamente considerati “neri”, erroneamente. Chi è che può stabilire che cosa è nero e che cosa non lo è, a parte ciascuno di noi come individuo? Ma non ci avevo mai riflettuto prima di lavorare per Jenkins.

Possiamo considerare Medicine for Melancholy un’istantanea emozionale del tempo in cui ero in cerca di un’appartenenza. Ma quando scrivo una canzone, desidero che lasci lo spazio nel quale è nata, per raggiungere le altre persone. Quelle che incontriamo ai concerti, che ci mandano i loro messaggi, mi fanno capire che sono tantissime là fuori a crearsi gli spazi personali dei quali hanno bisogno.

Anche Ingenue suona molto personale. Per te è doloroso e difficile mettersi a nudo nelle canzoni? Oppure lo trovi liberatorio?

A.S.: Credo che se fossi troppo consapevole di quanto mi espongo davvero nelle nostre canzoni, nessuna di esse avrebbe mai visto la luce! È questa mia incoscienza che ha reso Lush Life così liberatorio, in un certo senso. Ma è vero, può essere doloroso condividere la propria verità, se stessi. Mi piace trattare la mia vulnerabilità come un campo di allenamento. Flettere i muscoli emotivi può essere doloroso per me, ma è il segno che mi sto spingendo oltre i miei limiti. Non tutte le canzoni parlano di me, ma devo comunque attingere dai miei veri sentimenti per le canzoni, affinché riesca a connettermi con le persone. Così, ogni volta che scrivo una canzone che colpisce la realtà, è come se stessi migliorando la mia forza, la mia resistenza e la mia agilità per diventare più intima e diretta.

Che cosa facevate prima dei Bonjay? Quando vi siete conosciuti e come avete cominciato a fare musica insieme?

I.S.: Prima ero solo un dj e facevo piccole produzioni, Bonjay è stato l’inizio del fare musica davvero.

A.S.: Faccio musica da quando sono adolescente. Ho una vita precedente da piccola star dell’R&B, un R&B veramente molto pop, con un singolo passato nelle radio. Ma il mio team scelse un nome d’arte terribile e la mia esperienza con il manager fu pessima, così decisi di mollare il colpo quando cominciai l’università. Incontrai Swain da quelle parti. Mi ero appena fatta coinvolgere dalla radio del campus. Le mie orecchie erano apertissime e volevo assolutamente far parte di quella nuova, strana scena musicale che stavo imparando a conoscere. La musica indie canadese stava per esplodere. Fu proprio in quel periodo che, mentre salivo le scale per raggiungere l’attico di un affollato party, mi capitò di sentire Swain che faceva il dj. Non sapevo cosa producesse, ma diedi fiducia a qualcuno che faceva ballare gli amanti del rap, del punk e della house tutti insieme nello stesso posto. Seguii quell’istinto e ora siamo i Bonjay.

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I Bonjay live nel 2010, via facebook/bojay

Vivete a Toronto: pensate che l’album rifletta il suono della vostra città? È cambiato nel corso degli ultimi anni? E che cosa significa essere una band a Toronto?

I.S.: Le sonorità caraibiche sono nell’aria dagli anni Settanta, da quando tantissime persone sono arrivate qui dai Caraibi. Le radio passano sempre dancehall e ci sono grandi soca party nei quartieri di periferia. Durante la lavorazione del disco, il take away più vicino era un posto gestito da una famiglia rastafariana, tutti i piatti erano buonissimi e preparati con ingredienti freschi.È qualcosa che scorre nel sangue della città. Per le strade si sente sempre più Afrobeats, ora che stanno arrivando molti nigeriani, a un certo punto ci immergeremo in questa musica.

Essere una band a Toronto, significa avere l’aspirazione a trovare finalmente un suono distintivo. Arrivano persone da tutto il mondo, da Cina, Corea, Sud-Est Asiatico, Caraibi, Africa Orientale, Africa Occidentale, Europa, America Latina e Medio Oriente. New York è l’unico altro posto nel mondo che mi fa sentire allo stesso modo. Quindi Toronto sente che dovrebbe crearsi una propria storia, ma quella storia non è ancora stata scritta. La stiamo scrivendo tutti insieme.

Avete organizzato e partecipato al Diversity Tour la scorsa primavera: qual è stato il significato di questo evento?

A.S.: Abbiamo fatto un tour con la band Too Attached di Vivek Shraya. L’idea dietro il Diversity Tour era una sorta di presa in giro della fissazione canadese per la diversità. Ormai è diventata una sorta di medaglia d’onore del Paese, un tratto positivo che il Governo ama promuovere. Ma c’è una differenza tra parlare della diversità e far sì che l’integrazione funzioni davvero. È molto facile mettere un bell’insieme di volti diversi nella pubblicità, ma è molto più difficile trasformare le reti di persone e le classi dirigenti, sono due processi totalmente differenti.
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Abbiamo capito il concetto, ma non quanto sia faticoso metterlo in pratica. Volevamo scherzare sul fatto che eravamo due persone non bianche insieme nello stesso tour, che quindi diventava “etnico” o “diverso”. Perché non poteva essere semplicemente un tour? Non esistono mica i “tour bianchi”! Si può parlare di folk o rock o elettronica, ma ci si identifica per suono o genere, non per colore o etnia! Ci siamo divertiti a metterci insieme sul poster del tour, questo la dice lunga!

Che cosa state facendo in questo periodo? Quali sono i vostri progetti per il futuro?

I.S.: Fare nuova musica! Dopo aver suonato tanto dal vivo quest’estate, poter tornare in studio a creare ci fa sentire liberi.

A.S.: Sì, eccitati dalla musica ispirata dalle persone e dalle città che abbiamo conosciuto portando in tour Lush Life. Il nostro suono è più effervescente, come se l’uscita del disco ci avesse dato una botta di energia. Dobbiamo farla uscire, creando nuove canzoni.
E, naturalmente, il pubblico della band non vede l’ora di ascoltare il risultato di questi stimoli e di queste molteplici influenze, augurandosi di non dover attendere altri otto anni. Anche se, bisogna ammetterlo, stavolta ne è proprio valsa la pena.

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Claudia Galal

Claudia Galal

Metà italiana, metà egiziana, nata e cresciuta nelle Marche, passata per Bologna, adottata da Milano, lavoro nel campo della comunicazione e dei media. Scrivo di musica, street art e controculture, sono affascinata dalla contaminazione culturale a tutti i livelli.