Benin Royal Museum | David Adjaye disegna il museo che ospiterà i beni rubati dal colonialismo

Benin Royal Museum | David Adjaye disegna il museo che ospiterà i beni rubati dal colonialismo


Sir David Adjaye è un nome che negli ambienti dell’architettura e delle arti visivema non solospinge a stare sull’attenti, ad aguzzare le orecchie e la vista, a prendere nota, cosa che ho fatto un anno fa in occasione dell’incontro che ha tenuto al museo MAXXI di Roma.”Per me l’architettura è una forma d’arte umana, significa umanizzare una costruzione, e l’arte svolge un ruolo importante nella mia pratica,” è stato uno dei pensieri che ha condiviso di fronte a un pubblico di architetti e appassionati.

Classe 1966, ghanese-britannico, nato in Tanzania e cresciuto in vari paesi dell’Africa e del Medio Orienteil padre era un diplomatico—Adjaye è l’archistar che negli ultimi anni ha firmato tra i progetti più importanti e innovativi in circolazione. La lista è lunga, come la sua gavetta e i suoi interventi, che spaziano dai negozi alle residenze private, dagli studi ai ristoranti, all’edilizia popolare (per lui la responsabilità sociale nell’architettura è un tema a cui gli architetti devono prestare attenzione). Piccole, grandi opere d’arte e design in cui emergono i suoi tratti distintivi: l’uso della luce e dei materiali. Se avete tempo e voglia, vi consiglio di perdervi un po’ nel suo instagram: un incredibile blocco personale di appunti visivi che raccoglie geometrie, colori, storia, culture, luoghi, paesi.

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Smithsonian National Museum of African American History and Culture – Foto via

Tra i lavori più significativi di Adjaye troviamo il primo padiglione del Ghana alla Biennale d’arte di Venezia (2019), l’acclamatissimo Smithsonian National Museum of African American History and Culture di Washington D.C. (2016), e il design del futuro Benin Royal Museum (2021), a Benin City, nella Nigeria meridionale. L’architetto sta realizzando uno studio di fattibilità, commissionatogli dallo Stato di Edo, e lo scorso luglio ha presentato al Benin Dialogue Group (un’inziativa nata nel 2010 composta dai rappresentati dello Stato federale di Edo, la corte reale di Benin, la Commissione Nazionale per i Musei e i Monumenti della Nigeria, i direttori dei musei di Austria, Germania, Olanda, Svezia, Regno Unito) la sua visione architettonica del museo.

Lo spazio in futuro dovrebbe ospitare i vari reperti che nel 1897 le truppe britanniche depredarono e portarono via dal Palazzo Reale del Regno del Benin, come i preziosi Bronzi del Benin. Una vicenda storica che trova spazio anche nel blockbuster Black Panther, in una delle scene iniziali, dove il dialogo tra N’Jadaka – Erik “Killmonger” Stevens e la direttrice del finto Museo della Gran Bretagna porta alla luce il furto e altre appropriazioni subite durante il colonialismo.

Sono più di mille i bronzi esibiti e custoditi in vari musei e gallerie in giro per l’Europa (ma anche negli Stati Uniti), e la collezione più preziosa si trova nel British Museum di Londra. Un esilio forzato, quello che vivono moltissimi reperti provenienti da vari paesi africani, e da diverso tempo studiosi, ricercatori, intellettuali, governi chiedono di interrompere con lo strumento della restituzione, del rimpatrio. La Nigeria, in particolare, è dagli anni ’60 dello scorso secolo che porta avanti una campagna per la restituzione dei suoi bronzi, mentre in Europa, un anno fa, l’economista, filosofo, scrittore senegalese Felwine Sarr (autore del libro Afrotopia) insieme alla storica d’arte francese Bénédicte Savoy, su richiesta del presidente francese Emmanuel Macron hanno redatto una relazione di 252 pagine dal titolo eloquente: The Restitution of African Cultural Heritage. Toward a New Relational Ethics. Un dibattito in corso, aperto, a cui anche l’Italian Academy for Advanced Study in America ha scelto di dare una spinta, ospitando il prossimo ottobre, alla Columbia University, il simposio The Restitution Debate: African Art in a Global Society.

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Una placca di Bronzo del Regno di Benin nella collezione del British Museum – Foto di Michel Wal, via Wikipedia

 I tesori perduti di Benin (da non confondere con la Repubblica del Benin) sono una materia a cui Adjaye tiene particolarmente, come ha enfatizzato un suo portavoce in una dichiarazione su Artnet, sottolineando che l’esperienza e l’interesse dell’architetto nell’eredità culturale del Benin, sia professionalmente che personalmente parlando, dimostrano il suo impegno nel supportare gli sforzi del gruppo di assicurare che questa storia trovi il suo posto nel presente e nel futuro della Nigeria.

La restituzione è un tema delicato e importante, ma si può parlare di restituzione se l’atto del restituire è accompagnato da elementi di temporalità? Il British Museum ha infatti accettato di rendere una parte dei reperti, ma per il momento solo su base temporanea e alternata. Si tratta più di  un prestito, mentre i membri nigeriani del Benin Dialogue Group chiedono la restiuzione permanente. “Siamo grati per questi passi in avanti, ma speriamo che siano solo i primi passi,” ha dichiarato un anno fa alla CNN Crusoe Osagie, portavoce dello Stato di Edo, aggiungendo, “Se hai proprietà rubate, devi restituirle.”

Sicuramente non è un’operazione semplice, ci sono i vincoli legali. Sicuramente non è un’operazione impossibile. Sicuramente è un’operazione dovuta, soprattutto a fronte di un’eredità storica e culturale che il colonialismo ha strappato via con violenza. Non ci resta che attendere il ritorno della storia nella sua casa. E in una casa disegnata da David Adjaye.

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English – Benin Royal Museum | David Adjaye to design the museum housing artifacts stolen in the colonial era

Immagine di copertina | via facebook

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Johanne Affricot

Johanne Affricot

Cultura, arti, musica, viaggi: vivrei solo di questo. "Culture curator e activator" per passione e missione. La curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto: potrei anche mordere.