Benin City | Un arcobaleno di musica, spoken word e vita urbana

Benin City | Un arcobaleno di musica, spoken word e vita urbana


Pur se rumorose, caotiche e spesso gentrificate, le grandi città di tutto il mondo sono dei veri e propri calderoni di creatività, abitate da comunità diverse e connesse che generano idee, cultura e arte, e lanciano sempre nuove tendenze e costumi. E non è una sorpresa che la vita notturna di Londra sia stata un catalizzatore per l’ultimo album di Benin City, Last Night.

La band britannica, che ha fatto uscire il suo primo disco nel 2013, Fires in the Park, negli anni è stata composta da diversi musicisti che hanno poi preso altre strade. Oggi nella formazione troviamo Joshua Idehen (poeta e voce), Tom Leaper (sassofono, campionatore e synth), Shanaz Forsett (voce), un formidabile trio che mescola storie di vita urbana, testi soul e suoni autentici.

Inizialmente erano partiti come un collettivo che faceva jazz e afro-funk mixati con il rap e, a differenza di molti cantanti solisti, lo stesso Idehen proviene dalla scena della spoken word di Londra.

Tra pochi giorni li vedremo suonare all’Indie Rocket Festival di Pescara, e Idehen, tra i vari punti, ci ha raccontato dell’evoluzione del gruppo, del nuovo album, della vita notturna londinese e della chiusura di vari spazi.

Benin City in Austin - photo via facebook

Benin City in Austin – photo via facebook

GRIOT: Joshua, Tom, Shanaz. Siete tre e tutti molto diversi. In termini di personalità e idee, come vi siete organizzati? Chi porta cosa all’interno del gruppo?

Joshua Idehen: Tom è il direttore musicale, è lui che struttura il suono, che sa se qualcosa suona bene oppure no, e suona anche il sassofono. Shanaz è una incredibile scrittrice e in questo album fa il controcanto, ma si è occupata anche della stesura di varie tracce. Io sono la voce solista, scrivo e propongono le canzoni.

A livello di personalità, Shanaz è un po’ la piccola del gruppo, la più giovane. Io non ho alcuna formazione musicale e chiedo sempre: “Perché non possiamo semplicemente fare questa o quella cosa?”, mentre Tom è iper-specializzato e sa se alcuni accordi vanno o meno. E poi hai Shanaz che arriva e fa: “Ragazzi non importa, scrivete la canzone!” Quindi sai, siamo come un treppiedi: io sono il coraggio, Tom è il potere e Shanaz è la saggezza.

Londra rappresenta molto del vostro concept, come mostrano chiaramente i vostri video. Che elementi ci sono dietro questa visione?

Beh, penso che il motivo per cui Londra ci unisce sin dall’inizio è perché la città è una parte importante di ciò che facciamo come band. Tom è nato fuori Londra ma si è trasferito qui; io sono nato a Londra, ma ho trascorso gran parte della mia vita in Nigeria, e nel 1999 sono tornato. E l’impatto è stato impressionante. Immagina il film Moulin Rouge e Ewan McGregor che vede Nicole Kidman per la prima volta: beh, è come se fossi Ewan McGregor.

Sono solo molto naïf, sempre con gli occhi spalancati e molto ottimista, quando vedo Londra e quello che potrebbe essere. E ho soprattutto un’idea molto romantica di com’è, di quanto sia grande e diversificata. Anche Shanaz ha diversi mix, i genitori sono turco-ciprioti e montserraziani, e lei è una grande appassionata di r’n’b. Noi tre insieme portiamo più influenze. Io, per esemprio, sono un fan del kwaito e dell’afrobeat e naturalmente vengo da Benin City, quindi molti dei miei riferimenti provengono anche da film americani e dalla musica Highlife. Tom è un musicista di prima classe, un grande fan del jazz e della musica classica, e il fatto che viviamo tutti a Londra con tutte queste influenze esterne è ciò che alla base ci accomuna. Londra è come una prigione attraverso cui possiamo spingere tutte le nostre vite e alla fine uscirne come un arcobaleno unito.

Last Night è il vostro ultimo lavoro e esce il 15 giugno. Quattro tracce sono già fuori. Che ci dici del resto?

Sentivamo che volevamo avere la possibilità di guardare alla vita notturna di Londra, perché ognuno di noi ha avuto esperienze diverse. Un tempo lavoravo nei bar del West End e Tom era un gran frequentatore di bar. Infatti è così che abbiamo iniziato. Ricordo che iniziammo a parlare di tutti quei posti in cui andavamo e dove avevamo suonato, come il Passing Cloud, il Plastic People, che ora sono chiusi. Anche Shanaz ha avuto le sue esperienze. In generale sapevamo che questo inesorabile processo della chiusura dei posti, in parte è dovuto al fatto che stiamo invecchiando, e in parte è alimentato dalla gentrificazione. E quindi volevamo scrivere delle esperienze di questa vita notturna, quelle esperienze che non vengono celebrate spesso, né tantomeno discusse. Volevamo onorarla, sostenerla e cristallizzarla. Non volevamo limitarci a parlarne solo dal punto di vista del clubbing e delle vibrazioni che ti dá.

Finalmente la spoken word ha il suo spazio ed è qui che risiedono le radici di Benin City. Come ti fa sentire l’ascesa di questa bellissima forma d’arte trascurata e rimasta di nicchia per molto tempo?

È alquanto divertente questa cosa perché ho iniziato a fare spoken word prima di fare musica, e ho visto molti artisti esplodere nella scena. Ora tutti dicono, “Ora la spoken word è mainstream!”, poi vedi un artista esplodere, fare le sue cose, e la scena che si calma fino a quando non ricapita di nuovo.

La spoken word viene costantemente celebrata come “emergente”, e ci troviamo di fronte al periodo di successo più prolungato che ci sia mai stato. E questo in parte è dovuto al lavoro di gente come Roundhouse, Southbank, Apples, Snakes e altri, che attirano costantemente nuovi artisti a questa forma d’arte e fanno da mentori a persone che creano grandi cose. Inoltre, i social media sono stati un vero e proprio boom per la spoken word, nel senso che non sei più confinato nei caffè, senza un microfono o cose del genere. Hai la tua gente, il tuo pubblico e le tue parole su Soundcloud.

Viviamo tempi in cui c’è una grande sfiducia per i media, e la verità è troppo frammentata e non più centralizzata come una volta. Le persone quindi vanno online per trovare nuove cose e opinioni, e ciò ha elementi sia positivi che negativi, ma quello che conta è che le persone alla ricerca della verità oggi hanno molti più spazi. E ho scoperto che la spoken word è una forma d’arte basata sull’onestà e sui valori di un persona, perché quando sei là fuori a fare performance, il soggetto di cui parli nove volte su dieci sei tu, e le persone sono attratte da quel tipo di onestà e franchezza: azzeramento del problema e dell’emozione, senza filtri o altre cazzate. È una grande cosa e, facendo parte della scena, è bello vedere che gli artisti ottengono  il riconoscimento che si meritano. Quanto durerà? Non lo so, penso che i social media abbiano davvero aperto il vaso di pandora, quindi vediamo dove andremo a finire da qui!

I Benin City si esibiranno il 30 giugno all’Indie Rocket Festival di Pescara. Scopri di più qui.

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Immagine di copertina | Anko Photography | Styling by Shorties Styles

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Celine Angbeletchy

Celine Angbeletchy

Sono una persona molto eclettica con un’ossessione per la musica e la sociologia. Nata e cresciuta in Italia, Londra è diventata la mia casa. Qui creo beat, ballo, canto, suono, scrivo, cucino e insegno in una scuola internazionale.

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