‘Barber Shop Chronicles’ | Inua Ellams ci mostra di cosa parlano gli uomini dal barbiere

‘Barber Shop Chronicles’ | Inua Ellams ci mostra di cosa parlano gli uomini dal barbiere


La serie americana The Barbershop è un classico negli Stati Uniti, e l’importanza del barbiere per i maschi neri lì è ampiamente celebrata, mentre invece il modo in cui gli uomini neri in Europa, così come nel continente africano, sperimentano e vivono questo spazio, in gran parte è ancora inesplorato.

Inua Mark Mohammed Ellams II, poeta e drammaturgo basato a Londra, attraverso lo spettacolo teatrale Barber Shop Chronicles ci regala uno sguardo contemporaneo all’interno di una stanza di un barbiere: disperazione, amicizia, politica, conversazioni ridicole, l’essere padri e la fratellanza, e persino la gioia, vengono adattati per il palcoscenico. Il motivo? Involontariamente i barbieri si trasformano in luoghi di terapia rudimentale, spazi dove i neri discutono spesso di cose di cui normalmente non parlano con nessuno–e in nessun’altro luogo.

griot -mag Barber Shop- Chronicles | Inua Ellams Black Masculinity in Play

Inua Ellams, via facebook

Ellams è nato in Nigeria, e lì è cresciuto, oltre che a Dublino e a Londra. Racconta di aver vissuto i suoi anni adolescenziali come se fosse un ricercatore, soprattutto di identità. A Londra, a tarda notte, faceva abitualmente lunghe passeggiate, e spesso si imbatteva in negozi di barbieri da cui uscivano grasse risate, cosa che lo incuriosiva, portandolo a domandarsi cosa stesse succedendo dentro.

Interessato alle varie sfumature della mascolinità nera, Ellams ha messo in piedi una narrativa diversa riguardo a questa mascolinità; una narrativa che va contro quella dominante. Per lui i barbieri rappresentano uno di quei pochi posti in cui è possibile trovare una mascolinità africana diversa da quella raccontata.

Partendo dalle sue esperienze personali, e dall’hastagh virale di Siyanda Moutsiwa,#IfAfricaWasABar, che ha rivelato in maniera nuova quello che gli africani pensano l’uno dell’altro, Ellams è andato alla ricerca della diversità della mascolinità nei vari barbieri disseminati in Sudafrica, Kenya, Nigeria, Zimbabwe, Uganda e Ghana.

Per esempio a Johannesburg, Sudafrica, nei negozi di barbiere ha visto gli uomini piangere Mandela e discutere del post-apartheid. Ma l’apartheid tecnicamente non era finito? E la Commissione per la Verità e la Riconciliazione non era solamente un’operazione di facciata per un paese profondamente traumatizzato? Mentre alcuni uomini nelle loro conversazioni pensavano che il Sudafrica avesse dei grossi problemi mentali sedimentati nella società, altri ritenevano che l’alcolismo fosse molto diffuso in alcune comunità etniche. Ed è proprio lì che il poeta e drammaturgo nigeriano ha trovato le comunità più cosmopolite del continente africano: africani e persone di origine africana provenienti da tutto il mondo sembrano aver trovato una casa a Yeoville.

griot mag Barber Shop- Chronicles | Inua Ellams disentangles the nuances of Black Masculinity in Play

via (c) Marc Brenner

A Nairobi, in Kenya, un barbiere di nome Ian fa a Ellams una domanda insolita: “Chi ha scoperto il Monte Kenya?” La domanda è diventata il grido di battaglia per una riforma del sistema educativo in Kenya, che si sta ancora riprendendo dalla sbornia coloniale. I libri scolastici keniani affermano che Ludwig Krapf, un missionario tedesco, “scoprì”–cioè Colombizzó– la montagna che diede il nome al Kenya.

Ian crede che tutto ciò sia ridicolo: “Pensi che nessuno di noi abbia mai alzato gli occhi e detto: ‘è una collina molto grande, andiamo a dare un’occhiata?'” Altrove, a Nairobi, Ellams scopre che Obama, il cui padre proviene da qui, è estremamente popolare tra i barbieri. Molti hanno chiamato i loro negozi in suo onore. All’interno dei barbieri le discussioni possono ruotare intorno alla stregoneria keniota o nigeriana; ai pro e ai contro dell’empowerment delle donne; al Kenya che attira gli investimenti cinesi.

Anche se la Nigeria per certi versi è la casa di Ellams, la sua esperienza nei barbieri di Lagos è stata una rivelazione. I barbieri della ricca isola di Victoria si rifiutavano di parlargli senza che lui li pagasse, o gli parlavano in lingue che Ellams non riusciva a capire. La loro clientela ricco-borghese nella migliore delle ipotesi assumeva un atteggiamento di indifferenza. Ellams ha dovuto fare affidamento su racconti di seconda mano per avere un’idea della cultura del barbiere nella città Lagos, dove vive la maggior parte della classe lavoratrice.

griot -mag Barber Shop- Chronicles | Inua Ellams disentangles the nuances of Black Masculinity in Play

via (c) Marc Brenner

Secondo una fonte di Ellams, Wallace, gli uomini di Lagos vanno dal barbiere per parlare, mangiare cibo che i venditori ambulanti vendono nei negozi, caricare i loro telefonini quando sono scarichi- cosa che accade troppe volte. È in questo modo che i barbieri sono diventati letteralmente delle sorgenti di luce, dove “gli uomini vanno per essere uomini”.

In definitiva, Barber Shop Chronicles è una raccolta delle migliori di queste conversazioni. I protagonisti recitano ciascuno una particolare sfumatura di mascolinità nera: il millenial, il borghese, il novellino, il melodrammatico, quello di mezza età, il colonizzato, il conservatore, quello che si è “svegliato”, e molti altri.

Sul palco Ellams offre uno spazio in cui queste diverse mascolinità interagiscono, proprio come succede dal barbiere nel mondo reale. L’ambientazione potrebbe essere un barbiere a Yeoville, Johannesburg o Peckham, Londra, dove si incontrano uomini dello Zimbabwe, della Nigeria, del Camerun, dell’Etiopia, della Giamaica, del Sudafrica, o della Gran Breagna. Qui gli uomini si scambiano frammenti delle loro vite, del loro quotidiano nel modo più umoristico possibile. Si ha quasi la sensazione che le conversazioni vengano trasmesse, che non siano veramente accadute.

Giovedì 22 febbraio, Inua Ellams terrà un reading e una performance di ‘Barber Shop Chronicles” all’Autograph ABP di Londra (h:19-2o). Trovate i bliglietti qui.

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Eric Otieno

Eric Otieno

Sono uno studioso decoloniale e lavoro all’interno dell’intersezione tra i diritti civili, la giustizia sociale, la politica, l'economia e l'arte. Scrivo recensioni di arte politica perché l'arte è politica (il contrario non è ovviamente vero). Quando mi sento, scrivo articoli. Mi piace leggere, ballare, andare in bicicletta e adoro cappuccino senza zucchero.

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