Antonio Dikele Distefano | “Sono un disoccupato che scrive, o meglio… un oratore”

Antonio Dikele Distefano | “Sono un disoccupato che scrive, o meglio… un oratore”


Alcuni mesi fa siamo andati alla Feltrinelli di Roma per partecipare alla presentazione del libro Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?. Un libro che abbiamo comprato perché incuriositi dal buzz che l’autore, Antonio Dikele Distefano, è riuscito a generare sui social network.

Nato infatti come fenomeno social, autoprodotto in self-publishing su Amazon e Itunes, è stato poi ripubblicato da Mondadori e oggi può considerarsi un “caso letterario”, considerato che ha venduto quasi 40.000 copie.

Ma non sono solo questi gli ingredienti del successo. Antonio nel libro parla una lingua universale: la lingua dell’amore, anzi, delle storie d’amore della tarda adolescenza, vissute a colpi di sms, post su facebook e instagram; storie intense ma difficili e sofferte, dove c’è una madre, di lei, che lo considera troppo diverso perché possa stare con sua figlia; dove c’è uno che ama più dell’altro.

E poi c’è la sua storia e quella della sua famiglia. Ci sono le difficoltà economiche e sociali. Ci sono vecchi e nuovi amici e altre fidanzate, i parchi e i campi di calcio, la droga.
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GRIOT: Hai raccontato che il libro inizialmente nasce da un desiderio di riscatto, di rivalsa nei confronti di questa madre che ha fatto di tutto per osteggiare la tua storia, vissuta per lo più in clandestinità. Nella presentazione che hai fatto alla Feltrinelli, hai detto però che nonostante il successo raggiunto, ti saresti messo a studiare perché ancora non ti consideri un vero e proprio scrittore. Cosa significa per te essere scrittore?

Antonio Dikele Distefano: anche in Mondadori quando scherzo mi definisco “un disoccupato che scrive” perchè ho iniziato per dimostrare a questa persona [la madre della ragazza] che si sbagliava, ma anche perchè volevo trovare una forma di lavoro diversa dalle otto ore al giorno che quando finisci e torni a casa sei stanco. È una cosa che non mi è mai piaciuta. Non mi piace questo modello sociale. Mio padre l’ho vissuto sempre e solo il sabato e la domenica e io non vorrei vivermi i miei nipoti e i miei figli così. Quindi cercavo un lavoro che mi permettesse di stare più tempo possibile a casa.

Essere uno scrittore per me è molto di più di quello che sono io. Io non so narrare cose che non ho vissuto. Forse è un limite. Mi considero più un oratore. Mio padre mi dice sempre che il vantaggio di essere un bantuche è la sua tribù di provenienzaè il fatto che i bantu sono dei grandissimi oratori. Gli stessi pastori delle chiese angolane e congolesi sono dei grandissimi oratori. A differenza dei preti, che per lo più leggono, loro raccontano. E io quello che so fare è raccontare. Ma raccontare storie che ho visto e vissuto sulla mia pelle, non cose che ho immaginato.

Prendi per esempio La ragazza con l’orecchino di perla, di Tracy Chevalier. L’autrice ha visto questo quadro e ci ha scritto una storia. Io una roba del genere non saprei farla.

Il libro ha avuto un successo enorme tanto che lo scorso 1 luglio è uscito in Grecia e prossimamente in Spagna. Come pensi verrà accolto in questi paesi e in quali altre nazioni europee ti piacerebbe venisse pubblicato?

Il fatto che sia stato pubblicato in Grecia, e soprattutto in questo periodo storico, mi ha reso molto felice. Sono un fan di Tsipras. Pensa, sono rimasto stupito l’altro giorno, guardando il TG1, che davano come notizia il fatto di quel bambino figlio di genitori vegani ricoverato perchè denutrito, senza mandare in onda la notizia su quello che stava succedendo in Grecia, ovvero una vera dimostrazione di democrazia.
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So che il libro non andrà benissimo. La Grecia è un paese davvero di estrema destra. Due anni fa un esponente di Alba Dorata uccise un rapper. È un paese un po’ così, dove in certi posti c’è il coprifuoco. La mia speranza è che il libro possa uscire anche in Belgio e, per quanto riguarda l’Africa, in Angola, per far felice mio padre.

Vieni da un anno pieno, bello impegnativo. Hai girato per librerie, sei stato invitato da scuole e addirittura da locali notturni. In queste occasioni hai avuto modo di conoscere tante persone, tra addetti ai lavori, giornalisti e semplici lettori. Dagli scambi che hai avuto con il pubblico, pensi di essere riuscito a comunicare correttamente quello che volevi o pensi che qualcosa non sia passato?

Un giorno mi sono svegliato e mi sono detto: “Ho fatto una cazzata”. Questa cosa del raccontare il mio amore per l’Africa e di come l’ho vissuta è stata una cosa che mi è tornata contro. Io non voglio diventare lo scrittore italo-africano che scrive libri per gli italo-africani. È una cosa che non concepisco e che non apprezzerò mai perchè io sono un ragazzo che ha scritto un libro e che vuole raccontare una storia che ha vissuto e non una storia che è utile per vendere.

Tempo fa a un rapper italiano che ha avuto un percorso simile al mio, dopo aver firmato con una major gli viene chiesto di fare canzoni solo sugli immigrati. La Mondadori la prima cosa che mi ha detto è stata: “A me non frega niente se tu sei nero, giallo, bianco. Ci interessa quello che trasmettie quanto fai vendere. Poi un’altra cosa che non sopporto è l’approccio star.

In che senso?

Le persone che quando mi vedono, anche negli eventi, mi trattano come fossi chissà chi. Non ho fatto nulla più di chiunque altro. Ho solo scritto un libro. Magari ho solo avuto più fortuna. E avere fortuna non significa essere migliori di qualcun altro.

In un’intervista hai dichiarato che l’arte è l’unica forma che ci può salvare davvero da questa vita deprimente e di essere cambiato da quando hai scoperto la scrittura. Popca è il libro a cui stai lavorando, la cui uscita è prevista nel 2016. Puoi dare a GRIOT un’anticipazione di cosa tratterà?

POPCA è un libro che ho quasi finito di scrivere. Lo sto rileggendo in questi giorni e mi son detto: “Bravo”! Prima ero molto presuntuoso. Prima mi credevo di essere uno dei migliori scrittori al mondo. Poi invece quando entri in questo meccanismo ti rendi conto che ti mancano tantissimi classici.

Scrivi un libro e non sai chi è Dostoevski. Scrivi un libro e non ti sei mai letto Montale, e via dicendo. Quindi mi sono fermato un attimo e mi son detto: leggiti un po’ di libri Antonio e smetti di fare il fenomeno.

Questo libro non è il seguito di Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?, però è sempre una storia che mi è vicina perchè racconta di questa madre che è lontana e di questo amore che è lontano. Io ho vissuto una vita di lontananze: di nonni lontani, di madre lontana, di fratello lontano, di case ottenute e poi perse e lontane. Questo racconto. Penso possa essere un buon libro.

Sicuramente il terzo libro che scriverò sarà legato all’Africa. Per me è importante. In Italia manca uno che riesca a raccontare le cose come stanno. Che poi non devo essere necessariamente io ma qualcuno che almeno ci provi. Il fatto che molte volte si fa questo gioco di razzismo. Ricordo quando da bambino avevamo il negozio e sentivo nigeriani che non volevano vedere i senegalesi. Insomma bisogna raccontare anche queste cose.

A breve verrà girato anche un film. Chi ti piacerebbe interpretasse il tuo personaggio?

Un ragazzo che non faccia il fico, che non se la tiri. In Italia non conosco molti attori neri per questo ruolo. Spero ce ne sia qualcuno. Faremo dei casting. Un ragazzo semplice, comunque. Terra terra. Se lo trovo, potrebbe essere il nostro Idris Elba. Sai Filippo Scicchitano, di Scialla? Da quel film ha iniziato a farne tanti altri. Mi immagino quindi un ragazzo che dall’interpretazione di Fuori piove, dentro pure passo, a prenderti? possa fare tanti altri film.

Altre esperienze di scrittore le hai avute con Primavera Araba, progetto di diffusione musicale, letteraria e dialogistica, fondato insieme a Nizar Gallal, rivolto alle scuole e incentrato sui dibattitti umanitari. A proposito di dibattitti umanitari, quale pensi dovrebbe essere la risposta dell’Europa nella gestione dei flussi migratori provenienti dai paesi africani?

Guarda io parto sempre dal discorso che ci sono delle persone che hanno una terra. Mio padre quando era piccolo aveva una gallina. E quando quella gallina morì, lui dovette andare via perchè non sapeva cosa mangiare. Però quella gallina era morta non perchè glie l’avessero uccisa. Oggi capita che interi territori vengano affittati o comprati dai cinesi oppure dagli stessi europei. L’Angola è il secondo paese al mondo dove ci sono più cinesi. Sempre parlando dell’Angola posso dirti che è un paese che vuole diventare una potenza mondiale e per essere una potenza mondiale devi diventare una potenza militare ma allo stesso tempo sei uno dei paesi con la più alta percentuale di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà.

Il discorso immigrazione molte volte viene toccato come problema. Non esiste il problema immigrazione per me. Esiste un problema reale. Il fatto che c’è chi va lì  e a queste persone toglie tutto. Si sente spesso dire, ‘sono aumentati gli immigrati che sono arrivati in Europa’, ma nessuno dice che è aumentata, per esempio, la produzione di armi. Cominciamo con il diminuire la produzione delle armi, il fenomeno del landgrabbing. Nessuno dice che a molte persone che vanno all’ambasciate viene negato lo status di profugo. E queste persone sono obbligate a scappare via terra o via mare, per poi morire, come abbiamo visto. Le migrazioni di tanti anni fa si facevano con l’aereo. Anche mio padre è arrivato qui con un visto turistico. Oggi non si vogliono dare visti, quindi queste persone sono obbligate a fuggire così.

Quanta musica c’è nella tua scrittura?

Tanta. La musica c’è sempre e comunque. Da quando son bambino. Compro sempre dischi. Sono un pò di mesi che ascolto Luigi Tenco che è diventato un must per me. E poi tanta musica italiana e francese.

Tua madre è tornata a vivere in Angola, paese dove ancora non sei mai stato, mentre il resto della tua famiglia è rimasto qui in Italia.

La storia dell’Angola è una storia complicata. È un paese che ha vissuto tanti anni di guerra prima di diventare indipendente. Gli angolani, anche mio padre, scappavano in Congo. Conta che lui ha vissuto molto la discriminazione nel suo paese. Considera che si parla solo il portoghese perchè se parli una lingua africana vieni considerato una persona di villaggioin senso negativo però. L’Angola è uno dei pochi paesi in Africa dove non c’è una lingua comune dopo il portoghese, la lingua dei colonizzatori.

Mio padre, come ti dicevo, fuggì dal paese e si recò in Congo, dove imparò il lingala. Quando poi ci furono problemi in Congo tornò in Angola. Era un regresado. Nel nord, nella provincia dello Zaire, oggi si parla questa lingua. Si è diffusa molto perchè era usata dai militari e mio padre era un militare. Diciamo che può essere considerata la lingua “ufficiale” dopo il portoghese.

Quanto è forte il desiderio di scoprire l’Angola e trascorrerci un po’ di tempo?

Io voglio scoprire l’Africa. Quando avevamo il negozio d’alimentari passavano da noi molti signori che venivano dallo Zimbabwe, dal Mozambico, dal Sudafrica, dal Senegal, dalla Nigeria. Per questo dico voglio conoscere l’Africa. Perchè tutti loro mi hanno lasciato qualcosa. Persone che arrivavano e si fermavano a parlare con papà. Per questo voglio andare a vedere i posti che raccontavano.

L’Angola, sì, mi piacerebbe vederla, anche perchè papà è molto legato, è molto nazionalista. Lui ha combattutto una guerra per la liberazione del suo paese. Voglio vedere e capire da dove partono queste persone e cosa hanno lasciato perchè mi capita di pensare ‘Caspita. È una follia lasciare l’Africa per l’Europa. Perchè se ne vanno?’.

AFRO ITALIANS IN THE ARTS TODAY
Griot Magazine_Afro Italians in the arts today
Antonio Dikele Distefano è stato uno dei panelist di Afro Italians in the Arts Today, tavola rotonda ideata e organizzata da GRIOT per l’American Academy in Rome, che si è tenuta a Roma nei giardini dell’Academy, giovedì 9 luglio.

La conversazione, insertita nel calendario degli eventi Nero su Bianco promossi dall’American Academy in Rome, si è concentrata sulla realizzazione, sul successo di quattro giovani italiani: Antonio Dikele Distefano, Stella Jean, Wintana Rezene, Fred Kuwornu – nei vari campi della creatività, valutando contemporaneamente lo stato dell’arte, in un’Italia visibilmente trasformata dal fenomeno dell’immigrazione.

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Johanne Affricot

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Cultura, arti, musica, viaggi: vivrei solo di questo. "Culture curator e activator" per passione e missione. La curiosità è il mio pane quotidiano. Estremamente golosa, non provate mai a fare la scarpetta nel mio piatto: potrei anche mordere.