Amy | Solo per tre giorni

Amy | Solo per tre giorni


Avrete solo tre giorni di tempo – il 15, il 16 e il 17 settembre – per vedere Amy, il documentario dedicato a Amy Winehouse e diretto magistralmente da Asif Kapadia. Infatti, saranno solo tre i giorni di permanenza nella sale italiane di questo ritratto commosso, spietato e commovente della cantante inglese scomparsa, a soli 27 anni, nel 2011.

Amy è da vedere, anche se vi farà male, molto male. Alcune immagini, alcuni ricordi e alcune testimonianze che scandiscono il racconto di Asif Kapadia vi colpiranno allo stomaco per la loro crudezza, perché raccontano la fragilità di un talento tanto forte quanto delicato, di una donna che non è stata in grado di difendersi e di gestire la propria arte e la propria vita, soprattutto quando essa era radicalmente cambiata.

E più di ogni altra cosa, vi farà male vedere quelle immagini e contemporaneamente pensare a una delle sue canzoni, una di quelle che vi hanno regalato qualche minuto di felicità, oppure quella che vi ha fatto perdere la testa per la prima volta grazie a quella voce così sofferta eppure così vitale, una voce unica, vera. Quella di una ragazza che a volte si vestiva come una semplice “working girl” inglese, la stessa che nel momento in cui arrivò in cielo fece di tutto per tornare nella polvere, riuscendoci trionfalmente. Purtroppo.

A volte la vicenda di Amy Winehouse ricorda in maniera impressionate quella di altre cantanti che avevano qualcosa di unico nella voce: come Bessie Smith, l’imperatrice del blues, come Nina Simone, splendida sacerdotessa del soul, Amy era anche specializzata nello scegliere l’uomo sbagliato, al momento sbagliato. Esemplare il suo rapporto con Blake Fielder- Child, l’unico uomo che sposò, e in compagnia del quale si lanciò in un forsennato e disperato viaggio senza ritorno. Fino alla fine, costi quel che costi.

Amy Winehouse è stata anche l’ultima stella di un mondo che oggi non c’è più. L’ultima “primadonna” lanciata da un’industria discografica che ormai è sparita. Provate a immaginare una come lei che cerca di trovare il suo spazio in un qualsiasi talent show o in un altro baraccone del genere. Provate a immaginare come potrebbe essere accolta una come Amy Winehouse da quel mondo e da quelle giurie, misere e false. Non ci sarebbe spazio per una del genere. Niente da fare.

Eppure fu tutto talmente chiaro a partire dal 2003,  quando la Winehouse pubblicò Frank, il suo primo album, il cui repertorio comprendeva jazz, soul, funk e hip hop, tutte ispirazioni che la Winehouse trasformò e fece sue senza alcuna fatica.

Come era già accaduto in passato con Dusty Springfiled e in misura minore anche con Cillia Black, l’Inghilterra aveva trovato una nuova “ragazza della porta accanto” in grado di regalare la forza, il dolore e la vitalità di suoni e voci che erano appartenute a altre latitudini.

Tre anni dopo sarà la volta di Back To Black, il disco che le fece conquistare il mondo. L’album vide anche la collaborazione dei Dapkings e della Daptone, una piccola etichetta indipendente di New York, specializzata – grazie a interpreti come Sharon Jones e Charles Bradley – nel riproporre con stile l’impatto emotivo del glorioso suono black del passato.
griot magazine amy winehouse back to black

E sempre in tema di “educazione sentimentale” nel 2007 la Winehouse realizzò The Ska Ep, un piccolo disco in vinile (sarà proposto anche in digitale l’anno successivo) nel quale interpretava anche un classico di Sam Cooke (Cupid, poco meno di tre minuti pieni di gioia, sensualità e classe), Rich Girl degli Specials – il gruppo di Coventry, una delle città più noiose dell’emisfero occidentale, che alla fine degli anni ’70 lanciò lo ska-revival e Monkey Man di Toots and the Maytals, storico gruppo giamaicano. Una cosa minore, probabilmente, sicuramente un “labour of love” nel quale la Winehouse volgeva lo sguardo all’indietro, alle radici.

Tutto il resto della storia, sicuramente lo conoscete già: la droga, l’alcool, le canzoni bellissime che scalavano le classifiche, i colpi di testa, gli scandali, i demoni, il blues. Tutte cose che fanno male. Tutte cose che scorrono impietose nelle due ore e qualcosa di Amy. Tutte cose che fanno male.

Dicono che a volte sia bello piangere mentre si guarda un film. Questa è una di quelle volte.

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Alberto Castelli

Alberto Castelli

Produttore, giornalista, conduttore radiofonico, dj, musicista. Ho cominciato molto presto a far uso di vinile, la droga più potente del mondo. Alcuni la chiamano Musica, quella nera soprattutto, la musica dell’anima.

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