Africa e diaspora | 18 esempi di attivismo con hashtag degli anni ’10 che hanno prodotto cambiamenti

Africa e diaspora | 18 esempi di attivismo con hashtag degli anni ’10 che hanno prodotto cambiamenti


La recente diffusione della tecnonolgia e delle reti di comunicazione anche negli angoli fino a ieri considerati impervi, arretrati e sottosviluppati, ha favorito la nascita di movimenti, forme di protesta e attivismo nuovi, liquidi, con una forza e grado di penetrazione nella società massiccia, reale, concreta. Se l’hashtag #ArabSpring (sorto all’inizio del 2011 e ancora attivo) ha avuto il merito di scaldare le masse e mantenere accessi i riflettori dei grandi media su un’area geografica fondamentale per la stabilità internazionale, quali sono stati gli altri hashtag chiave degli anni ’10 in grado di muovere le masse e far circolare le idee e il cambiamento, non solo a livello locale ma globale?

Ecco una preziosa guida di Okay Africa che elenca diciotto hashtag creati da africani, o da persone della diaspora africana, che hanno saputo usare bene il medium per generare cambiamento. Alcuni sono poco conosciuti qui in Italia, non sono arrivati sui grandi media, altri hanno ottenuto una visibilità maggiore, complice anche l’intervento di figure pubbliche imponenti. Forme di attivismo che aiutano anche a scardinare l’idea che gli africani non siano in grado di innescare da soli il cambiamento.

#YenAMarre (t. Adesso Basta // Sono Stufo)

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Dakar, la gente si raduna per urlare Y’en A Marre – via

#YenAMarre è stato lanciato nel 2012 da rapper, artisti, attivisti e giornalisti senegalesi come forma di opposizione contro la candidatura a presidente di Abdoulaye Wade, in corsa per un terzo mandato. Il testo francese, che in italiano si traduce in “Siamo stufi” o “Adesso basta”, è servito per mobilitare migliaia di giovani senegalesi per mostrare la loro insoddisfazione nei confronti di Wade, la frustrazione per il nepotismo, la corruzione dilagante e il cattivo governo. Come risultato, 14 furono i candidati a presentarsi alle elezioni presidenziali di quell’anno, e si regstrarono 300.000 nuovi elettori.

L’hashtag funziona ancora oggi e viene principalmente impiegato dal popolo senegalese come metodo per indicare come responsabili di qualcosa i funzionari eletti e per evidenziare le azioni che condannano. A fine ottobre 2019, l’hashtag è stato utilizzato anche in Francia e nella Repubblica della Guinea per protestare contro il presidente Alpha Condé che tentava di correre per un terzo mandato. Quasi otto anni dopo, i cittadini africani francofoni lo usano con lo stesso intento per cui era stato creato.

#LeBalaiCitoyen [t. La scopa del cittadino]

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I due fondatori del movimento, Smockey Bambara e Samsk’ le Jah, mentre partecipano a un funerale dei martiri della sanguinosa rivolta che estromise il presidente Blaise Compaore – Piazza della Rivoluzione, Ouagadougou, 2 dicembre 2014 – Foto di Ahmed Yempabou OUOBA/AFP – via

Co-fondato nell’estate 2013 dal musicista reggae Sams’K Le Jah e dal rapper Serge Bambara, il movimento nacque come forma di opposizione al presidente Blaise Compaoré, in Burkina Faso. I due organizzarono diversi raduni, dibattiti e proteste in cui furono portate delle scope. Ciò portò alle dimissioni del presidente e alla sua fuga dal paese. L’hashtag ancora oggi viene usato dai cittadini per comunicare la loro verità al potere o per mostrare solidarietà con l’ingiustizia nel mondo. Un esempio di quanto l’hashtag attivi la mobilità globale è rappresentato dall’utilizzo che un cittadino francesce ha fatto all’inizio dell’anno, includendo sia #LeBalaiCitoyen che #YenAMarre per commentare una protesta a Hong Kong, condivisa da Hillary Clinton.

#BringBackOurGilrs [t. Riportateci le nostre ragazze]

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Un raduno di sostenitrici del #BringBackOurGirls a Union Square, New York, 3 maggio 2014 – Foto di Michael Fleshman 

Il 14 aprile 2014, 276 studentesse vengono rapite dall’organizzazione terroristica Boko Haram. La popolazione inizia a usare questo hashtag per spingere il governo e la società internazionale a trovare e consegnare in sicurezza le ragazze rapite. Fu estremamente importante perchè riuscì a scatenare azioni come molti hashtag fanno, attirando sia curiosità che generando consapevolezza. Le giovani ragazze nere non finiscono spesso in cima alla lista delle priorità mondiali di chi salvare. La proliferazione e la potenza di #BringBackOurGirls hanno costretto paesi, governi e cittadini di tutto il mondo a prendere coscienza di una tragedia che avrebbe avuto molta più attenzione se fosse accaduta in un altro paese o ad un altro colore. In tutto il mondo l’hashtag è diventato un motivo per i neri, in particolare per le donne nere, di chiedere attenzione e cura. Insistendo sul fatto che le “nostre” ragazze fossero “restituite”, ha innescato una connessione e attenzione globali a un atto atroce. Tra i personaggi pubblici che presero posizione, ci fu la ex first lady Michelle Obama.

L’hashtag è attivo da anni ed evoca sempre una sensazione molto forte, soprattutto perchè all’appello mancano ancora 112 ragazze.

#FeesMustFall [t. Le tasse devono diminuire]

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Manifestazione di resistenza #FeesMustFall per richiedere il non aumento delle tasse universitarie, Sud Africa – Foto di Mike Hutching/Reuters – via

#FeesMustFall è stato l’hashtag-grido di battaglia dei giovani studenti sudafricani nel 2015 quando tutte le università sudafricane chiusero per protestare contro l’aumento delle tasse. Il movimento è stato fondato sulla convinzione che gli studenti neri capaci, nonostante fossero poveri, avrebbero dovuto avere lo stesso accesso alle università delle loro controparti bianche privilegiate. L’hashtag ha guadagnato molto popolarità in tutto il paese e ha catturato l’attenzione internazionale, portando l’allora presidente Jacob Zuma a dichiarare un aumento dello 0% delle tasse per l’anno successivo.

Gli studenti si sono mobilitati ancora una volta nel 2016, questa volta chiedendo un’istruzione gratuita, di qualità e decolonizzata, come promesso loro nel 1995 dall’ANC (African National Congress), nella Carta della libertà. Sebbene ciò non si sia ancora materializzato, l’anno scorso il governo ha messo da parte 57 miliardi di Rand per l’istruzione superiore, e questa è stata una piccola vittoria per gli studenti. Altrettanto importante è stato #RhodesMustFall, sorto contemporaneamente alle proteste di Fees Must Fall. Questo movimento si è concentrato sulla rimozione della statua del colonialista britannico Cecil John Rhodes all’interno di uno dei principali campus dell’Università di Città del Capo. Il 10 aprile 2015 la statua è stata finalmente rimossa.

L’hashtag è ancora in uso e viene utilizzato per portare avanti la lotta per opportunità educative eque e accessibili. Recentemente gli studenti protestanti in Uganda lo hanno cantato fuori da una stazione di polizia, a Kampala, dopo che alcuni studenti erano stati arrestati per aver protestato contro un  possibile aumento del 75% delle tasse universitarie.

#BlackOutEid

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Foto via

Nel 2015 Aamina Mohamed crea #BlackOutEid con l’intento di rovesciare l’immagine monolitica e semplificata che si ha del popolo musulmano e mostrarne invece la diversità. Da allora, ogni anno durante le celebrazioni di Eid al-Adha Festa del Sacrificio, in italiano i social media vengono letteralmente ravvivati con foto condivise da musulmane e musulmani nere/i in diverse parti del mondo e immortalati con i loro abiti cerimoniali. Questo hashtag ha rappresentato uno dei modi per aumentare la consapevolezza e il riconoscimento dei musulmani neri in tutto il mondo. Mentre i post iniziali provenivano dal Nord Africa e dal Medio Oriente, oggi arrivano da tutto il mondo.

​#BlackMenSmiling [t. Uomini neri che sorridono]

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#BlackMenSmiling – Foto via

 #BlackMenSmiling nasce per celebrare il Black History Month a Febbraio 2018 e per combattere alcune delle raffigurazioni negative degli uomini Africani Ameericani nei media.

​#WeAreNigerianCreatives [t. Siamo creativi nigeriani]

Lanciato dall’artista nigeriano Olaloye Bunmi, #WeAreNigerianCreatives ha aiutato artisti, influencer e changemaker nigeriani a mostrare i diversi talenti che il paese dell’Africa Occidentale ha. Bunmi ha twittato le regole dell’hashtag e ha pubblicato il primo esempio. L’idea ha preso piede e ha fatto partire un’ondata di orgoglio Naija, e allo stesso tempo rappresenta un modo intelligente per promuovere le proprie abilità. L’hashtag ha anche svolto un formidabile lavoro emotivo, fornendo ai fruitori del social media una linea diretta con l’arte astratta, così come riflessioni sociali dal punto di vista nigeriano. Diventato trending un anno dopo #DrawingWhileBlack, entrambi sono ancora una grande fonte di ispirazione e un utile schedario per chi cerca talenti creativi.

​#BlueForSudan [t. Blu per il Sudan]

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#BlueForSudan – Foto di ASHRAF SHAZLY/AFP/Getty Images

Dopo la morte del civile Mohamed Mattar, ucciso a colpi di arma da fuoco dalle autorità mentre cercava di proteggere due donne durante una protesta, il suo amico Shahd Khadir ha chiesto ai suoi follower di cambiare le foto del loro profilo in blu, il suo colore preferito. L’azione si è rapidamente trasformata in un mezzo per rappresentare tutti coloro che hanno perso la vita nella lotta sudanese per la libertà e la giustizia. Ha anche agito come mezzo per attirare l’attenzione sulla mancanza di copertura che la rivoluzione stava ottenendo dai media occidentali. Artisti influenti, politici, giornalisti, atleti e altri hanno iniziato a cambiare le loro foto profilo con il misterioso colore blu. Le agenzie di stampa iniziarono a chiedersi a cosa fosse associato quel trend, cominciando a scrivere delle guide. Più #BlueForSudan si diffondeva, più il colore seguiva lo stesso iter. Grazie alla diffusione di #BlueForSudan, anche quella specifica tonalità di blu è diventata iconica, conferendo alla causa un altro livello di identificazione immediata. Con l’aiuto dell’hashtag, i manifestanti lo scorso aprile sono riusciti a estromettere con successo il presidente Omar al-Bashir, continuando la lotta per garantire che coloro che avrebbero preso il suo posto avessero in primo piano l’interesse del popolo. L’opposizione e l’attuale consiglio di transizione stanno discutendo su come procedere per ricostruire il paese e le elezioni dovrebbero svolgersi tra qualche mese.

#Repeal162

Nel 2016 gli attivisti keniani hanno lanciato una campagna che ha cercato di abrogare la 162 e 165, due leggi del codice penale sorte nel Kenia coloniale e usate per colpire le persone che si identificano come LGBTQ+. Gli attivisti hanno presentato una petizione dinanzi all’Alta corte del Kenya e hanno insistito sul fatto che le due leggi hanno criminalizzato l’omosessualità e violato il diritto costituzionale di una persona alla privacy, alla libertà di espressione, alla dignità umana e alla libertà dalla discriminazione. Attivisti di spicco tra cui Shailja Patel, la dott.ssa Tlaleng Mofokeng e Brenda Wabui, hanno lanciato poi la petizione online usando #Repeal162. Inizialmente la sentenza sarebbe dovuta essere stata emessa il 22 febbraio 2019, ma è stata rinviata a causa di problemi amministrativi. Alcuni mesi dopo, i tribunali si sono pronunciati a favore del mantenimento dello status criminale di omosessualità nel paese, citando che non vi erano prove sufficienti per dimostrare che la comunità LGBT fosse stata discriminata a causa delle leggi.

​#FreeStellaNyanzi [t. Liberate Stella Nyanzi]

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Stella Nyanzi mentre protesta con un gruppo di donne – Foto di SUMY SADURNI/AFP via Getty Images

Nel 2017, l’eminente accadademica, attivista per i diritti umani, femminista e dissidente politica Stella Nyanzi è stata sospesa dal suo lavoro alla Makerere University e successivamente arrestata per aver scritto un post su Facebook in cui apostrofava il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, “un paio di natiche”. È stata accusata di cyber-molestie e comunicazione offensiva. I suoi numerosi sostenitori si sono raccolti dietro l’hashtag #FreeStellaNyanzi e alla fine è stata rilasciata. Nyanzi è stata coinvolta in numerose lotte pubbliche con il governo ugandese, soprattutto attraverso i suoi post sui social media. Ad agosto 2019 è stata nuovamente arrestata per molestie informatiche e condannata a 18 mesi di carcere, dopo aver scritto un altro post su Facebook in cui desiderava che il presidente Museveni fosse stato bruciato dall’acido nell’utero di sua madre. In tribunale, ha insistito sul fatto che avrebbe continuato a parlare contro i dittatori con “il linguaggio della vagina” e rimanendo ferma su quello che crede sia il potere della “maleducazione radicale”.

​#ThisFlag [t. Questa bandiera]

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Evan Mawarire protesta in Sud Africa – Foto di Ihsaan Haffejee/Anadolu Agency/Getty Images – via

Il pastore Evan Mawarire nel 2016 pubblica un appassionato video messaggio sui social media intitolato #ThisFlag, in cui descrive lo Zimbabwe nei suoi giorni di gloria, illustrando allo stesso tempo come il paese era stato ridotto dal regime di Mugabe. Il video diventa virale e poche settimane dopo, per la prima volta in decenni, lo Zimbabwe scende in piazza conducendo delle proteste che alla fine avrebbero portato Mugabe a dimettersi da presidente dopo trentaquattro anni al potere. Mawarire è stato arrestato diverse volte e accusato di molteplici crimini da parte del governo, incluso tradimento e incitamento alla violenza. Tuttavia, dopo ogni arresto, è stato salvato dagli avvocati, a sostegno del suo lavoro di attivista.

Dopo aver compreso il potere che avevano, i cittadini sono coraggiosamente scesi più volte in piazza, anche dopo che Emmerson Mnangagwa è subentrato come presidente del paese. A luglio 2019 #ZimShutdown ha raccolto le proteste a livello nazionale contro la proposta di aumentare il carburante. Da aloora hanno avuto luogo diverse altre proteste, guidate da insegnanti e professionisti medici, soprattutto legate ai dipendenti pubblici che chiedono una retribuzione, condizioni di lavoro e uno standard di vita migliori.

​#BeyondZeroCorruption [t. Oltre corruzione zero]

La maratona #BeyondZeroCorruption è stata lanciata nel 2016 con l’obiettivo di dare ai keniani l’opportunità di opporsi alla corruzione sotto il governo del presidente Uhuru Kenyatta. Tuttavia, ciò che presumibilmente era iniziato come un tentativo di combattere la corruzione nel paese, nel corso degli anni si è gradualmente più incentrato sulla maratona e sulla beneficenza, diventando #BeyondZeroMarathon. Ci sono state diffuse critiche alla maratona, comprese le accuse secondo cui il governo keniota ha utilizzato l’evento come un’opportunità per abusare del denaro dei contribuenti dopo che le organizzazioni corporative si sono ritirate insieme ai loro finanziamenti.

#MeToo

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Tamara Burke, fondatrice del movimento #MeeToo – Foto via

Il movimento MeToo è diventato ufficialmente un fenomeno globale nel 2018, sebbene la frase sia stata usata per la prima volta su MySpace nel 2006 dall’attivista per i diritti civili Tarana Burke, vittima di molestie sessuali. Dopo che numerosi individui nell’industria dell’entertainment statunitense hanno accusato di molestie sessuali artisti del calibro di Bill Cosby, Harvey Weinstein, Kevin Spacey e molti altri, donne di tutto il mondo hanno iniziato a condividere le proprie esperienze. Il movimento non si è limitato all’industria dell’intrattenimento ma alla politica, ai media digitali e a qualsiasi settore in cui uomini e donne lavorano insieme. Tra i movimenti simili sorti sotto l’ombrello di Me Too troviamo #RememberKhwezi, #MenAreTrash e #AmINext (risposta del Sud Africa alla violenza domestica e al femminicidio), #IamToufah, lanciato dall’ex regina di bellezza gambiana Fatou Jallow, #CampusMeToo, dal Kenya, e anche #SexForGrades, nato dopo che BBC Africa mostrò le richieste di favori sessuali avanzate dal personale universitario alle studentesse in cambio di buoni voti.

#SomeoneTellCNN [t. Qualcuno dica alla CNN che…]

I media occidentali quando parlano dei paesi africani hanno una tendenza a travisarli. #SomeoneTellCNN nasce nel 2015 come risposta alla testata CNN e alla sua pubblicazione di un articolo legata alla visita in Kenya di Barack Obama. Nell’articolo, la CNN descrisse il paese come un “ricettacolo di terrore”. I keniani di tutta riposta ricorsero ai social per mettere al sup posto la CNN.  Se è vero che il Kenya fu colpito da un certo numero di attacchi terroristici per opera del gruppo militante al-Shabab, la copertura della CNN offrì quelle narrazioni stereotipate che spesso dipingono i paesi africani come una sola cosa e nient’altro. Usando #SomeoneTellCNN, i keniani hanno preso in giro la CNN, criticato i doppi standard statunitensi quando si tratta di parlare di Africa, cogliendo l’occasione per evidenziare alcune delle attuali qualità del paese.

​#JustDoItForCaster [t. Facciamolo per Caster]

Lo scorso maggio l’atleta sudafricana e due volte medaglia d’oro olimpica Caster Semenya ha perso la sua causa storica contro lo IAAF, International Association of Athletics Federations, i cui nuovi regolamenti le imponevano che per competere avrebbe dovuto assumere farmaci per regolare la quantità di testosterone. La sentenza non è stata solo un duro colpo per Semenya, ma per la comunità globale che si era raccolta intorno a lei, a sostegno del suo diritto umano di competere senza dover rischiare la salute. Come segno di solidarietà, per Semenya e altri atleti intersessuali coinvolti in questo fuoco incrociato, i sud africani si sono rivolti ai social media per mostrare il loro continuo supporto a Semenya usando #JustDoItForCaster, come avevano fatto in passato con l’hashtag #HandsOffCaster.

#Kony2012

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Foto di William Murphy – via Flickr

#Kony2012 è diventato virale nel 2012, dopo che l’ong Invisible Children pubblicò un film di 28 minuti nell’ambito di una campagna che cercava di fare sensibilizzazione sul rapimento di migliaia di bambini ugandesi. Secondo quanto riferito, i bambini erano stati rapiti per un periodo di vent’anni dal leader del gruppo di guerriglia Joseph Kony, allo scopo di costruire la sua armata di resistenza dei signori. Tuttavia, molte persone trovarono il film condiscendente e criticarono Invisible Children su una serie di questioni tra cui: inesattezze dei fatti, mancata chiamata in causa del governo ugandese e delle sue violazioni dei diritti umani, la presa di mira dei leader statunitensi sui leader africani come agenti di cambiamento, e domande su dove l’organizzazione reperisse le sue fonti di finanziamento.

​#StopRacismAtPretoriaGirlsHigh [t. Stop razzismo al liceo femminile di Pretoria]

Nel 2016 le studentesse della Pretoria Girls ‘High School in Sudafrica protestarono contro le politiche razziste messe in campo che vietavano letteralmente loro di portare i capelli afro naturali. Spronate dall’impavidità delle proteste nazionali dell’anno precedente, legate al #FeesMustFall, le allieve interruppero tutte le attività scolastiche e chiesero che l’ente governativo della scuola modificasse le politiche sui capelli, usando sui social l’hashtag #StopRacismAtPretoriaGirlsHigh. Secondo quanto riferito, gli insegnanti le chiamavano “scimmie” e paragonavano i loro capelli naturali a “nidi” in testa. Il movimento ha visto numerose donne sudafricane ricorrere ai social media per parlare delle proprie esperienze con queste politiche discriminatorie sui capelli durante il loro periodo scolastico. In altre scuole superiori si sono verificati altri incidenti e hanno continuato a causare indignazione nazionale. Ancora una volta, era evidente che i capelli neri erano (e restano) un medium politico in una società che aderisce a standard di bellezza eurocentrici.

#SayNoToSocialMediaBill [t. Diciamo No alla legge sui social media]

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Protesta contro la proposta di legge #SayNoToSocialMedia – Foto via

Quest’anno il governo nigeriano ha proposto il controverso Protection from Internet Falsehood and Manipulation Bill (Disegno di legge sulla falsità e manipolazione di Internet) dopo che un disegno di legge simile fu respinto nel 2015 a seguito di critiche diffuse. La nuova legge consentirebbe al governo di limitare nel paese l’accesso a Internet ogni qualvolta lo riterrà opportuno. È stato proposto per la prima volta dal senatore Muhammadu Sani Musa in carica, dell’All Progressives Congress (APC), il quale ha affermato che avrebbe impedito la diffusione di ideologie estremiste e discorsi di odio usando i canali online come nel caso di Boko Haram. Da allora c’è stata una condanna nazionale del disegno di legge da parte dei nigeriani che ritengono che sia il tentativo del governo di zittirli e censurare ciò che il resto del mondo sente e vede riguardo alla Nigeria. I nigeriani interessati si sono rivolti ai social media e hanno protestato contro la proposta di legge usando #SayNoToSocialMediaBill.

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Immagine di copertina |  La studentessa Alaa Salah mentre guida i cori di protesta contro Omar al-Bashir (Aprile 2019, Sudan) – Foto di Lana H. Haroun – via

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