‘3.15.20’ | Abbiamo ascoltato la nuova opera di Childish Gambino

‘3.15.20’ | Abbiamo ascoltato la nuova opera di Childish Gambino


La storia di 3.15.20 inizia il 15 Marzo 2020, quando Childish Gambino sorprende tutti rendendo disponibile solo per poche ore l’ascolto del suo ultimo lavoro discografico su donaldgloverpresents.com. Il giorno dopo il lancio inaspettato le tracce scompaiono e al loro posto si apre una pagina bianca che mostra un conto alla rovescia con scadenza 22 Marzo, data dalla quale è possibile ascoltare l’album.

Disponibile in due versioni, una divisa in 12 tracce presenti sulle principali piattaforme digitali, e l’altra sul sito donaldgloverpresents.com, composta da un’unica traccia contenente i pezzi mixati, 3.15.20 ospita diversi nomi: Ariana Grande (in Time), 21 Savage (in 12.38) Ludwig Göransson (per 19.10, 32.22, 42.26, 47.48), Khadja Bonet (in 12.38), e il figlio Legend Glover (in 47.48).

A quattro anni da Awaken my love (2016), il nuovo progetto di Gambino sorprende con le 12 tracce titolate quasi tutte con numeri, quasi a voler essere un suggerimento dell’artista ad ascoltare l’album in maniera unitaria e continua, in modo da calarsi nell’esperienza sonora che vuole offrire. Il disco difatti si presenta sotto forma di discorso unico, una lunga sequenza che spazia dalle tonalità neo-soul, alternative RnB, a suoni più martellanti, discordanti e psichedelici, a dialoghi surreali e immaginari disturbanti, in un viaggio in cui l’ascoltatore viene cullato per poi essere continuamente risvegliato.

In 24.19, ad esempio, le percussioni sfumano in suoni concilianti e ritmi rassicuranti per poi però terminare con una serie di suoni crescenti, ansiogeni e tribali che confondono l’ascoltare e lo proiettano in 32.33, brano aperto da un basso frenetico e pressante che stordisce, in una fusione di suoni industrial, trip-hop e club.

Il senso di caos che questo album ci offre ritrae un’immagine inquietante ma clinica e dettagliata del sentimento angoscioso che vive la società del nostro tempo: clima, abuso di droghe, materialismo, sesso, amore e altro. Ma la particolarità di questo progetto è data proprio dalle sperimentazioni e dall’inversione continua di direzione.

L’andamento regolare e le chitarre di 47.48, ad esempio, portano ad abbandonarsi ad una realtà psichedelica in cui Gambino da una parte continua a ripetere “Don’t worry ’bout tomorrow”, ma dall’altra non smette di reiterare il refrain “the violence”. Il pezzo finisce con una conversazione tra Donald Glover e il figlio, in cui l’artista lo incalza chiedendogli chi o cosa ami. “I love myself!”, risponde il bambino e controbatte con naturalezza e genuinità: “Do you love yourself?”. Un momento di leggerezza in un album pieno di domande esistenziali che non trovano risposte semplici e immediate.

In 3.15.20 nessun pezzo sembra essere schietto come This Is America (2018), in cui si parlava senza mezzi termini della violenza contro la comunità Nera americana, ma probabilmente non è neanche questo l’intento. C’è chi considera 19.10 una riflessione su cosa significhi essere Neri in una società che sembra al contempo marginalizzare e approfittare della cultura Black: “To be beautiful is to be hunted / I can’t change the truth, I can’t get you used to this”. Ma può anche collegarsi ad un senso di gelosia più generale, in cui la bellezza—intesa come qualsiasi attributo eccezionale—implica spesso una persecuzione e un’attenzione maligna da parte della società.

La ricerca di Glover lo vede approfondire senza retorica argomenti come la libertà nell’era digitale, la natura della realtà e il senso dell’esistenza in sé. Di certo non ha potuto prevedere la pandemia di Coronavirus mentre stava registrando l’album, ma in un momento in cui ciò che pensavamo eterno risulta fugace, 3.15.20 è in grado di catturare l’insicurezza della realtà che definisce le nostre esistenze e amplifica inconfutabilmente il suono dissonante della dimensione che stiamo vivendo.

Cover di 3.15.2020

Collage copertina di 3.15.2020

Nell’ultima traccia, 53.49, Glover torna ai rap atletici e urla in falsetto parlando della sua infanzia ad Atlanta, delle sue muse artistiche e delle persone che ha perso, giungendo ad una conclusione positiva:

There is love

Under the sun, boy
I did what I wanted to
There is love in every moment
Under the sun, boy
You do what you wanna do

In una miriade di identità artistiche, Donald Glover sembra finalmente sapere esattamente cosa vuole dal suo Childish Gambino e come raggiungerlo. E a noi non rimane altro che amare i suoi progetti, qualsiasi sia l’identità in cui ce li presenterà.

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Immagine di copertina | via facebook

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Cristina Idone

Cristina Idone

Italiana di origine etiope. Nata a Roma, passata per Torino e Pechino. Appassionata di musica, geopolitica e affascinata dalla potenzialità dello scontro/incontro tra culture.

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